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156 I Vicerè

saper nulla. Perchè nessuno nominava quella donna? Perchè non veniva alla villa, con tutti gli altri visitatori del principe? Dov’era andata a star di casa?... E intenta a vagliare le mille supposizioni paurose che l’inquieta fantasia le suggeriva, ella dimenticava il colera, quasi non pensava alla figlia lontana, quasi non s’accorgeva del silenzio di suo padre. Questi doveva averla con lei, credere che avesse abbandonato la bambina per smania di divertirsi al Belvedere! Non le era accaduto sempre così, che tutto quanto aveva fatto contro voglia per obbedire agli altri, le era poi stato addebitato, da tutti, come capriccio e colpevole? Non era ella una di quelle creature disgraziate che non riuscivano a nulla di bene, destinate a spiacere ad ognuno?

Però non piangeva: non pianse neppure quando, invece del padre, le scrisse la sorella Carlotta, per dirle che Teresina stava bene e che erano tutti al sicuro. Non pianse, ma si sentì vinta da una cupa tristezza che non riuscì a nascondere. Raimondo stesso se ne accorse; le domandò:

— Che scrive tua sorella?

— Nulla.... che stanno tutti bene, che non corrono pericolo....

— Hai visto?... Quando io ti dicevo?... — e le voltò le spalle.

Erano passate due settimane dal loro arrivo e ancora non aveva udito parlare della Fersa. La sera di quel giorno, appena cominciò a venir gente, ella andò a chiudersi nella sua camera. Stava male, non solo di spirito, ma anche fisicamente; la lunga agitazione travagliava alla fine anche il suo corpo. Era da un pezzo buttata sul letto, con gli occhi e la mente fissi nelle tristi visioni del passato, nelle paurose previsioni dell’avvenire, quando fu picchiato all’uscio.

— Cognata?.. — era la voce del principe. — Che fate? Perchè non venite giù? C’è molta gente, stasera.... si giuoca....

Ella levossi, s’acconciò con mano tremante i capelli