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I Vicerè 159

Egli non se lo faceva ripetere. A poco a poco, il giuoco diveniva indiavolato; nel giro di poche ore facevano differenze di centinaia d’onze. Nessuno, in casa, diceva nulla a Raimondo; il principe, già più alla mano con tutti, pareva studiarsi di non pesare per nulla al fratello. Un giorno questi, poichè da Milazzo, per via del colera, tardavano a mandargli denari, gli chiese, in conto delle rendite ereditate, qualche centinaio d’onze: il principe mise la propria cassa a sua disposizione; egli tornò ad attingervi a più riprese. Naturalmente, se il colera non finiva, non si poteva far nulla per la sistemazione dell’eredità; nondimeno, il principe ne parlava adesso direttamente al fratello, gli comunicava i proprii disegni. «Avevano dato a intendere ai legatarii che erano stati trattati male dalla madre, ma la dimostrazione del contrario sarebbe stata facile e pronta. Già, nè Ferdinando nè Chiara davano ascolto ai sobillatori; la stessa Lucrezia si sarebbe subito convinta del proprio torto. Perciò, per amore della pace, per mettere in chiaro ogni cosa, quantunque avessero ancora tanto tempo a pagar le sorelle, non era meglio togliersi al più presto quel peso di su le spalle?» Avrebbero fatto un poco d’economia per raccogliere le sedici mila onze occorrenti, giacchè se Lucrezia doveva averne dieci mila, a Chiara ne toccavano soltanto sei, dovendosi sottrarre le quattro da lei «avute» nel maritarsi. Prima, però, bisognava pagare i creditori, metter tutto in pulito. Frattanto, per guadagnar tempo, potevano mettersi d’accordo, loro due, per la divisione. E a nessuno di quei ragionamenti del fratello, Raimondo trovava nulla da obbiettare. «Va bene, va bene,» era la sua risposta.

In mezzo a questa pace, piombò un bel giorno don Blasco da Nicolosi, a cavallo a un gigantesco asino della Pantelleria. Scappato con tutto il convento, il monaco non aveva messo fuori neppure il naso, nelle prime settimane, per paura di prendere il colera con l’aria che respirava; ma visto che per la campagna prosperavano