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168 I Vicerè

Sua Maestà prima di eleggere qualcuno alle cariche di Mastro Giustiziere, d’Ammiraglio, di Gran Siniscalco, etc.; e non potevano dare feudi o burgensatici che oltrepassassero la rendita di onze 200 castigliane, nè somme di denaro superiori a 2 mila fiorini di Firenze; era loro egualmente proibito di nominare i castellani di Palermo, Catania, Mozia, Malta, etc., etc.; mentre l’Uzeda esercitava lo stesso preciso potere del re, potendo, come diceva il rescritto: «emanar leggi durature a suo piacere, condonare la pena di morte, conferire dignità, far tutto ciò che avrebbe fatto lo stesso Re, esercitare tutti gli atti riserbati alla suprema regalìa ed alla regia dignità, ancorchè avessero ricercato un mandato speciale o specialissimo....» Chi poteva dunque star loro a fronte? Che avevano da invidiare alle famiglie più nobili di Napoli e di Spagna? Si gloriavano perfino d’una santa in cielo: la Beata Ximena. Era vissuta tre secoli e mezzo addietro; maritata dal padre, per forza, al conte Guagliardetto, terribile nemico di Dio e degli uomini, ella aveva ottenuto la conversione del colpevole e compiuto grandi miracoli in vita e dopo morte: il suo corpo, portentosamente salvato dalla corruzione, conservavasi in una cappella della chiesa dei Cappuccini!... E come, sfogliando il volume per vedere gli altri stemmi, quelli dei Radalì, dei Torriani, il ragazzo domandava alla zia perchè non c’era quello della zia Palmi, la zitellona rispondeva, secco secco:

— Lo stampatore dimenticò di mettercelo; ma è così: suo padre che, con una zappa in mano, pianta un piede di palma....


Verso la fine di settembre il colera crebbe d’intensità; il 25 il bollettino segnò trenta morti, ma si diceva che fossero più e che gl’infetti superassero il centinaio e che qualche caso sparso inquietasse le campagne. Ci fu una nuova scappata di gente; la vigilanza al Belvedere era continua perchè non entrassero i fuggiti da