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190 I Vicerè

questo l’opposizione si divideva poi novamente, quando aveva da scegliere il successore. Non mancava il partito di quelli che dichiaravano non aver partito; e don Lodovico, modello del genere, tenendosi da parte, navigando sott’acqua, era riuscito ad agguantare il Priorato. Parecchi sostenevano anzi che, in fin dei conti, egli era il solo meritevole d’aspirare alla dignità abaziale; ma allora suo zio, per evitare che quel «gianfottere» si ponesse in capo la mitra, quasi sosteneva l’Abate Cosenzano. Nè lo stesso don Lodovico ammetteva che gli parlassero della promozione: se qualcuno glie la prediceva, protestava:

— L’Abate per ora è Sua Paternità ed a me tocca obbedirlo prima d’ogni altro.

L’Abate in persona, stanco di quella galera, gli confidava di volersi ritirare per cedergli il posto: quando pure non avesse pensato a mettersi da canto, presto o tardi la morte non ci avrebbe pensato per lui? E il Priore:

— Vostra Paternità non parli di queste cose!... Sono cose che contristano il cuore d’un figlio devoto, Padre Reverendissimo.

Il vecchio lo prendeva allora a suo confidente, si lagnava del poco rispetto dei monaci, dello scandalo che molti continuavano a dare con la loro vita libertina. Il Priore scrollava il capo, in atto dolente:

— Il glorioso nostro fondatore, Padre dei monaci, ci insegna qual è il rimedio contro gli errori dei traviati: l’orazione dei buoni, acciocchè il Signore, che tutto può, dia salute agli infermi fratelli....

Per questo egli non riprendeva nessuno, non dava corso ai richiami che spesso venivano a fargli, lasciava che ognuno cocesse nel proprio brodo. Fra quella trentina di cristiani non c’era mai un momento di pace e di accordo. Se la quistione delle persone divideva il convento in un certo modo, i partiti erano poi scompigliati dalla politica che raggruppava i Padri in ordine tutto diverso. V’erano i liberali, quelli che al Quarantotto