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192 I Vicerè

Savoia! Passa Savoia!...» come il sintomo d’una sciagura, d’un castigo di Dio.

— E volevano un altro dei loro, al Quarantotto, come se non fosse bastato il primo! Ci volevano ridurre peggio di quel Piemonte morto di fame che spoglia i conventi!...

Anche tra i novizii v’erano partiti politici: i liberali, rivoluzionarii, piemontesi; e i borbonici, napoletani, sorci; ma se fra i monaci i due campi disponevano di forze quasi eguali, qui i liberali erano in maggioranza.

— Sono tutti i morti di fame, — spiegava don Blasco al principino; — quelli che a casa loro non hanno di che mangiare, e qui disprezzano il ben di Dio e le lasagne che gli piovono in bocca bell’e condite!

Questo non era vero del tutto, perchè capitanava i novizii liberali Giovannino Radalì-Uzeda, il quale apparteneva ad una famiglia che per nobiltà e ricchezza veniva subito dopo gli Uzeda del ramo diritto: quantunque secondogenito, se fosse rimasto al secolo gli sarebbe toccato il titolo vitalizio di barone. Ma il principino seguiva egualmente le opinioni degli zii don Blasco e donna Ferdinanda: amico e compagno di giuoco del cugino, era suo avversario in politica; e quando i rivoluzionarii parlavano fra di loro, quando complottavano per sollevare il convento e scendere in piazza con una bandiera di carta tricolore, egli stava alle vedette e interrogava i più ingenui, e poi andava a ripetere le notizie allo zio, perchè li denunziasse all’Abate; tanto che don Blasco ebbe presto in tutt’altra considerazione il pronipote.

— Questo gianfottere non è poi tanto minchione quanto pare... Sì, sì, — approvava, lodando lo spionaggio di Consalvo; — ascolta quel che dicono e poi vieni a riferirmelo.

Anche tra i Fratelli la politica metteva dissidii e nimistà; i più furbi, veramente, non s’impicciavano nè di Cavour nè di Del Carretto, e badavano a ingrassare le loro famiglie con le racimolature del monastero, ma