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196 I Vicerè

era morto il Salvatore del mondo; e i monaci, a due a due, con l’Abate a capo, scendevano dall’abside, giravano per l’immensa chiesa tra due file di soldati che contenevano la folla e presentavano le armi capovolte; andavano a deporre l’Ostia al sepolcro. Inginocchiata, col capo sulla seggiola e il viso nascosto dal fazzoletto, la contessa singhiozzava pianamente; donna Isabella esclamava:

— Che effetto produce questa funzione!...

Aveva anch’ella gli occhi un po’ arrossati, ma quando il conte le ridiede il braccio per condurla in sagrestia, s’appoggiò a lui languidamente.

— Per legge, non potrei venire.... — protestava. — Sono ammesse le sole famiglie....

— Ma che!... Siete con noi! Diremo che siamo cugini....

Nelia sagrestia ai parenti dei monaci e dei novizii era offerto un lauto rinfresco: giravano i vassoi con le tazze di cioccolatte fumante, con le gramolate e i dolci e il pan di Spagna. Consalvo, in mezzo alla mamma e a donna Isabella, riceveva carezze e complimenti pel modo esemplare col quale aveva preso parte alle funzioni; Padre Gerbini, senza avere ancor lasciato i paramenti mortuarii, salutava le signore, le invitava per la cerimonia del domani.

E il venerdì gli Uzeda arrivarono coi Fersa; il conte dava il braccio a donna Isabella, che portava un altro abito nero, più galante del primo. I sagrestani avevano serbato loro gli stessi posti, facendovi la guardia in mezzo alla folla burrascosa. Ma i soldati la frenavano, e quando l’organo accompagnava il canto lugubre delle Tre Ore d’agonia, il silenzio era profondo; solo Raimondo, seduto accanto a donna Isabella, le diceva all’orecchio cose che la facevano sorridere. Intanto l’Abate eseguiva la cerimonia della Deposizione dalla Croce: preso il Crocifisso velato, lo deponeva per terra, sopra uno dei gradini dell’altare, dove un cuscino di velluto, tutto trapunto d’oro, era preparato apposta. I