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240 I Vicerè

famiglia. Don Blasco però non aprì bocca su questo soggetto. Egli pareva avesse dimenticato tutti gli affari della parentela, occupato come era ad eruttar bestemmie all’annunzio delle novità pubbliche, dei voti delle Romagne e dell’Emilia per l’annessione al Piemonte, della dittatura di Farini, specialmente del trattato di Zurigo che gli diè materia da sbraitare durante tutto l’autunno e tutto l’inverno. Coi Padri del partito liberale impegnava novamente discussioni tempestose che minacciavano di non finir bene, a proposito del ritorno di Cavour al ministero, dei plebisciti dell’Italia centrale, di tutti i sintomi d’un mutamento radicale. Ma, alla cessione di Nizza e della Savoia alla Francia, gongolò come se le avessero date a lui; dopo l’abortito tentativo di sommossa del 4 aprile a Palermo, cantò vittoria, gridando:

— Ah, non vogliono capirla, ah! Fermi con le mani! Giuoco di mano, giuoco villano! Parlate, gridate, sbraitate finchè vi pare, ma senza rompere nulla! Chi rompe paga, e neppure i cocci sono suoi!

— Siete voi che non volete capirla! Non vedete che adesso non è più come al Quarantotto?

— Eh? Ah? Oh? Non più? Di grazia, che c’è di nuovo?

— C’è di nuovo che il Piemonte è forte.... che la Francia sotto mano l’aiuta.... che l’Inghilterra.... che Garibaldi....

— Chi?... Quando?... La Francia? Bel servizio! Bell’aiuto!... Garibaldi? Chi è Garibaldi? Non lo conosco!...

Imparò a conoscerlo il 13 maggio, quando scoppiò come una bomba la notizia dello sbarco di Marsala. Ma, contro al suo solito, egli non gridò, non disse male parole: alzò le spalle affermando che al primo colpo di fucile dei Napoletani i «filibustieri» si sarebbero dispersi: i Murat, i Bandiera, i Pisacane informavano.

— La sonata è un’altra! — gli disse sul muso Padre Rocca, dopo lo scontro di Calatafimi.

Allora egli scoppiò:

— Ma razza di mangia a ufo che siete, dovete