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256 I Vicerè

Donna Ferdinanda, al Belvedere, scorgendo i contadini che, per non saper leggere, avevano messo le schede sottosopra, esclamava:

Is! Is! — e pronunziando chis, chis, che è la voce con la quale si mandan via i gatti, commentava: — Ma non dicono , dicono is, chis, chis! Fuori, chis!...

Lucrezia gonfiava, eccitata dalle notizie del trionfo di Giulente, impaziente di tornare in città per rivederlo, irritata dagli sconvenienti motteggi della zia.

Il principe aveva fatto tracciare anche lui un gran sul muro della villa, per precauzione, e la folla dei contadini scioperati, giù in istrada, batteva le mani, gridava: «Viva il principe di Francalanza!...» mentre, dentro, don Eugenio dimostrava, con la storia alla mano, che la Sicilia era una nazione e l’Italia un’altra; e donna Ferdinanda sgolavasi:

— Ah, se torna Francesco!

— Zia, non tornerà.... esclamò alla fine Lucrezia.

Allora la zitellona parve volesse mangiarsela viva.

— Anche tu, scioccona e bestiaccia? Sentite chi parla adesso! E non lo sai il nome che porti, pazza bestiona? Credi anche tu agli eroismi di questi rifiuti di galera? o dei bardassa sguaiati e ciarloni?

La botta era tirata a Giulente; Lucrezia s’alzò e andò via sbattendo gli usci. Ma il furore di donna Ferdinanda passò il segno quando, fattasi alla finestra ad uno scoppio più nutrito di applausi, vide passare i novizii Benedettini, che venivano da Nicolosi a cavallo agli asini, tutti con gran ai tricorni. Cominciò a gridare così forte contro quel vituperio, che il principe accorse:

— Zia, per carità! vuol farci ammazzare?

— È stato quel Gesuita di Lodovico!... — fiottava la sitellona, coi denti stretti, quasi per mordere. — Anche i ragazzi! Anche Consalvo! — E come il principino salì un momento a salutare i suoi, ella gli strappò quel cartellino e lo fece in mille pezzi: — Così!...