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I Vicerè 263

possiedo.... E non vi mancheranno patriotti che assai meglio di me.... potranno rispondere agli interessi.... della tutela degli interessi.... del nostro paese!

— Perdoni! — riprese il giovanotto. — Noi apprezziamo il delicato sentimento che le fa dire così: la sua modestia non le poteva dettare diversa risposta. Ma della capacità di lei dev’essere giudice — perdoni! — lo stesso paese. Se ella avesse altre ragioni per rifiutare, ragioni private o di affari, noi c’inchineremmo, non potendo permettere che il suo sacrificio vada troppo oltre. Ma se l’unica obbiezione consiste nella sua incapacità, ci permetta di dirle che non tocca a lei riconoscere se è capace o pur no!

Tacendo Giulente, il sarto Bellia, dei Figli della Nazione, disse:

— Duca, l’operaio vuole a Vostra Eccellenza.... Ci sono tanti che brigano il voto, ma noi non ci abbiamo fiducia. Vogliamo un buon patriotta e un signore come Vostra Eccellenza....

Allora, rivolto ai compagni, Giulente zio disse, con tono di bonarietà scherzosa, accarezzandosi la barba:

— Non abbiate paura: il duca vuol farsi pregare....

— Farmi pregare? — esclamò il candidato, ridendo. — Mi prendete forse per un dilettante di pianoforte?

Tutti sorrisero e il ghiaccio si ruppe. Smesso la dignità grave e il linguaggio fiorito dell’ambasceria, ognuno disse la sua, in dialetto, alla buona, per indurre il duca ad accettare. Sul nome di lui si sarebbero messi d’accordo; in caso di rifiuto, i voti si sarebbero sperperati sopra tre o quattro persone; e poichè era quella la prima elezione alla quale chiamavasi il paese, bisognava che essa riuscisse l’affermazione unanime della volontà del collegio. Questo risultato non poteva ottenersi se non per mezzo dell’accettazione del duca; dinanzi a lui tutti gli altri si sarebbero ritirati; il suo rifiuto avrebbe fatto pullulare altre ambizioncelle di patriotti dell’ultim’ora. A quell’insistenza, il duca esclamava:

— Signori miei... mi confondete!... Siete troppo buoni.... Non so che rispondere!....