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I Vicerè 331

zioni del Quarantotto e del Sessanta. Don Blasco divenne un energumeno; disse cose dei «Piemontesi» che non fucilavano Garibaldi e di Garibaldi che non spazzava via i «Piemontesi» da far turare le orecchie a un saracino. E la sua più viva speranza, la fede che lo sorreggeva, era quest’ultima: che i due partiti si sterminassero reciprocamente, che i briganti della Basilicata dessero l’ultimo crollo alla baracca, che succedesse così un cataclisma, il diluvio universale non più d’acqua ma di ferro e di fuoco perchè il mondo risorgesse purificato dalle proprie ceneri. E i monaci liberaloni, «quei pezzi di scannapagnotte,» osavano ancora batter le mani mentre la rivoluzione ordiva la finale rovina dell’ultimo rappresentante delle legittimità, del più augusto, del più sacro; il Santo Padre! Battevano le mani come gli arruffoni, come gli affamati in busca di un’offa, come i galeotti evasi di cui si componevano le nuove bande! E dimenavano i fianchi ingrassati a spese di San Nicola, e si fregavano le mani che la beata cuccagna permetteva loro di mantener bianche e lisce come quelle delle dame!

— Manetta di mangia a ufo che siete, avete forse vinto un terno al lotto? Non capite che più presto l’eresia trionferà, più presto vi butteranno in mezzo a una strada? Di che vi rallegrate, traditori più di Giuda? Non volete capire che avete tutto da perdere e niente da guadagnare?

— E con questo?

— Come con questo?

— Ci piglieremo anche noi un po’ di libertà....

Quando gli dettero quella risposta, il monaco divenne un ossesso: il sangue gli montò alla testa e gli occhi parvero sul punto di schizzare dalle orbite.

— Ah, sì; ve ne manca? — articolava. — Vi manca la libertà...? Siete chiusi in fondo a un carcere, poveri disgraziati?... Che libertà vi manca, d’ubbriacarvi come tanti otri? di crepare dalla sazietà? di mantenere le vostre ciarpe?... Non lo sapete, no, come vi chiama la