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I Vicerè 333

incertezza e l’inquietudine, le speranze e i timori intorno a quel che sarebbe seguito erano generali. Quali progetti aveva Garibaldi? Quali ordini i rappresentanti dell’autorità? Il conflitto, se mai, sarebbe scoppiato a Catania? Che cosa avrebbe fatto la Guardia nazionale?... Non si sapeva nulla; certuni dicevano che il Governo fosse secretamente d’accordo con Garibaldi, che facesse finta d’osteggiarlo per l’occhio delle potenze. Benedetto, ripresa la pubblicazione dell’Italia risorta, sosteneva questa opinione, e il silenzio del duca d’Oragua, al quale aveva scritto lettere su lettere pregandolo di tornare in Sicilia, poichè la presenza di lui poteva divenire necessaria, lo induceva a confermarvisi. Aveva pertanto assicurato al Dittatore l’unanime consenso di tutto il paese. Congedandosi e sul punto di riscendere in città, si udì chiamare:

— Eccellenza!... Eccellenza!...

Era Frà Carmelo che gli veniva dietro. All’orecchio, e con aria di mistero, quando l’ebbe raggiunto: — Suo zio don Blasco, — gli disse, — ha da parlarle....

Rintanato nell’ultima stanza dell’ultimo corridoio del Noviziato, don Blasco volle sentire due volte la voce del nipote prima d’aprire. Rinchiuso l’uscio sul muso del fratello:

— Sei dunque impazzito anche tu, pezzo di bestione? — disse a Benedetto.

Questi aveva appena domandato un perchè timido e sommesso, che il monaco ricominciò, con nuova violenza:

— Come, perchè? Hai il viso di domandarlo? Con la guerra civile che state per far scoppiare? La città bombardata? Le strade insanguinate? I galantuomini perseguitati?... E mi domandi perché?...

— Non è colpa....

— Non è colpa tua? Di chi, dunque? Mia, forse? Sicuro! Li ho scatenati io in persona! Conosco il solito giuoco! Gl’istigatori sono i galantuomini colpevoli