Pagina:I Vicerè.djvu/337

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

I Vicerè 335

Tocca a voialtri parlar chiaro e tondo, dopo che i tuoi conigli Piemontesi se la sono battuta, lasciandoci nel ballo! O credi forse che voglia impicciarmi con cotesti assassini, briganti, galeotti, ru....

Al rumore di un passo risonante pel corridoio, don Blasco ammutolì come per incanto. Si gargarizzò quasi la gola gli prudesse, fece due passi per la camera, si fermò un momento a tender l’orecchio; poi, cessato il rumore, dichiarò:

— Se vuoi capirla, tanto meglio; se no, mettiti bene in testa che a me, come a me, importa un solennissimo cavolo di te, di Garibaldi, di Vittorio Emanuele, e di quanti siete....

Giulente tornò a casa inquieto e sopra pensieri. Appena entrato in camera di sua moglie, vide Lucrezia seduta in un angolo, con gli sguardi a terra e gli occhi rossi.

— Che hai?... Che è stato?...

— Nulla. Non ho nulla.

— Ma tu hai pianto, Lucrezia! Parla! Dimmi che cos’hai!...

Ella negava, senza guardarlo in faccia, con la bocca ostinatamente cucita, e se non era Vanna che sopravveniva, Benedetto non sarebbe riuscito a saper niente.

— La padrona non vuol restare in città, — dichiarò la cameriera. — Tutti i suoi parenti se ne sono andati, anche la povera gente si mette al sicuro, e lei sola ha da restare al pericolo?

— Che pericolo?... Lucrezia, è per questo? Ma se non c’è pericolo di niente? Che temi? Non sono qua io? A me non faranno nulla, in nessun caso! Se ci fosse un pericolo anche lontano, ti lascerei qui? Andremo via se le cose si guastano; ho bisogno di promettertelo?...

Dopo che ebbe parlato un quarto d’ora, ella articolò:

— Voglio andarmene dai miei parenti.

— Ma santo Dio, perchè? Stamattina eri così tranquilla! Che cosa è mai successo?