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I Vicerè 339

nocchiale spianato; o, curvo sulle carte, studiava i suoi piani, o riceveva la gente e le commissioni che venivano a trovarlo. Finalmente s’imbarcò con tutti i volontarii, non si sapeva dove diretto, se in Grecia o in Albania; ma, dopo la partenza, un lievito di scontento restò nella città, una sorda agitazione che le persone influenti e la stessa Guardia nazionale non riuscivano a sedare. Il movimento era adesso contro i signori, contro i ricchi; Giulente aveva arringato i tumultanti, ma nessuno lo ascoltava più; e il duca gli scriveva ancora che non poteva venire, che stava poco bene, che i grandi calori gli avevano rovinato lo stomaco....

Un dopo pranzo che don Blasco aveva arrischiato, per la prima volta, una visita alla Sigaraia, dove, ridiventato un energumeno, augurava il reciproco sterminio dei Garibaldini e dei Piemontesi, arrivò Garino giallo come un morto:

— La rivoluzione!... La rivoluzione!... Bruciano il Casino dei Nobili....

Infatti la dimostrazione era diventata sommossa, le fiamme consumavano il circolo dell’aristocrazia. Il monaco, manco a dirlo, tornò a sbarrarsi al convento, e non lo lasciò più se non quando la truppa regolare rioccupò la città. Ma l’eccitazione degli animi prodotta dall’avvenimento d’Aspromonte, le paure, i pericoli, non parevano cessati, e il principe non si moveva dal Belvedere, e Giulente tornava a pregare il duca di farsi vivo, di venire a metter la pace nel paese. Il duca non venne; rispose ancora che i medici gli avevano vietato di tornare in Sicilia. «Sono disperato, non posso trovarmi fra voi come dovrei e vorrei, non solamente per tutto ciò che mi dici di Catania, ma anche perciò che è avvenuto a Firenze....»

Benedetto non sapeva a che cosa alludesse; lì per lì non pensò neppure che Raimondo era in Toscana. Seppe qualche giorno dopo di che si trattava, quando arrivarono, insieme, il conte e donna Isabella Fersa, e scesero all’albergo, sempre insieme, come fossero marito e moglie.