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352 I Vicerè


— Siamo venuti a fare una visita a Vostra Eccellenza, — spiegò Lucrezia per tutti. — La giornata non è tanto calda. Vostra Eccellenza sta bene? Sono due anni dacchè non venivo più qui.... E Lodovico?

Frà Carmelo, costernato, venne a dire che Sua Paternità il Priore era in conferenza con l’Abate e che non poteva scendere giù pel momento. Raimondo impallidì: anche quest’altro gli dichiarava guerra; si mettevano tutti contro di lui!... Per questa ragione, quando Lucrezia, confabulato con lo zio, propose di fare un giro pel convento, egli disse brevemente:

— No, ho fretta di tornare. Andiamo via.

Il domani mattina, all’albergo, egli non s’era ancora levato che il cameriere venne ad annunziargli:

— C’è lo zio di Vostra Eccellenza.

E don Blasco apparve. Per la prima volta dacchè viveva, Raimondo vedeva lo zio venirgli incontro, l’udiva domandargli, con voce quasi garbata: «Come stai...?» Non pareva vero al monaco, sentendo riprepararsi una gran lite, di poter rificcare il naso nelle faccende altrui. C’era adesso da spingere l’uno contro l’altro i due fratelli, da dar mano a disfare un’altra opera della principessa defunta, il matrimonio di Raimondo: egli si sentiva invitato al suo giuoco.

Donna Isabella si mostrò in veste da camera, gli baciò la mano, dandogli dell’«Eccellenza,» quasi fosse già suo zio; e il discorso si avviò sul da fare. Udendola ripetere che voleva nascondersi in campagna, il monaco saltò su:

— In campagna? Perché in campagna? Per la villeggiatura, va bene, fino a novembre; ma la casa in città bisogna prepararla! Avete paura della gente? Allora perchè siete venuti? Questa è logica, mi pare!

Il consiglio era di chieder subito i conti a Giacomo, di togliergli la procura e di iniziare la divisione: a quelle minacce il principe sarebbe subito venuto a più miti consigli. Ma giusto il domani della visita del monaco, scese il signor Marco dal Belvedere per dire al