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34 I Vicerè

cima al palco dell’orchestra, aveva picchiato tre colpi sul leggio; e le conversazioni morirono, tutte le teste si volsero verso i sonatori. In mezzo all’attenzione generale don Casimiro urtò a un tratto col gomito i vicini, esclamando piano:

― Guardate! Guardate!

Entrava in quel punto, protetto contro la folla dal servitore, il vecchio don Alessandro Tagliavia: nonostante l’età, reggeva ancora diritta l’alta persona e dominava la folla con la bella testa bianca e rosea, dagli occhi chiari com’acqua marina e dai baffi bionditi dal tabacco. Non potendo avanzare, guardava da lontano il catafalco, il palco della musica, le tabelle degli epitaffi; e intanto, nel silenzio fattosi come per incanto, l’orchestra intonava il preludio: un lungo gemito, suoni rotti in cadenza come da brevi singulti si diffondevano per la chiesa, e le piangenti riprendevano a lacrimare, mentre i monaci, dinanzi all’altare, cominciavano le genuflessioni. Molti capi si chinarono, al sordo vocìo sottentrò un raccoglimento profondo.

― Guardate!... ― ripetè don Casimiro, nel gruppo accanto alla pila. ― È venuto a dirle l’ultimo addio!

Tutti avevano gli occhi fissi sul vecchio: il lavapiatti a spasso continuò, interrompendosi quando l’orchestra taceva:

― Ed io che me lo rammento piangere come un bambino... come un disperato.... quando la morta lo lasciò per Felice Cùrcuma.... dopo quello che c’era stato fra loro!... Adesso lei è a marcire al colatoio... Lui camperà vent’anni ancora: una salute di ferro.... ― A voce più bassa, mentre le trombe tratto tratto squillavano e le voci cantavano Requiem aeternam dona eis, aggiunse: ― Ed ha la sua brava ragazza, in una casina al Borgo.... Tutte le sere le passa con lei!...

Il vecchio tentava ancora di avvicinarsi ad una iscrizione; ma poichè, principiata la messa, nessuno più si moveva, tornò indietro. Giunto sulla porta della chiesa, colpendogli l’aria fresca la fronte, si calcò il cappello sulla testa che non era ancor fuori.