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I Vicerè 371

squalino, com’è vero Dio, certe cose neppur intendeva come potessero capire in mente umana! Che c’entrava la malattia della signora donna Matilde col silenzio del barone? Forse che a sentire sciolto il matrimonio, la signora Matilde sarebbe guarita dalla contentezza? Era morta, invece — salut’a noi! — qualche mese dopo il matrimonio del conte e di donna Isabella! Dunque il barone era rimasto zitto perché sapeva che il genero diceva la verità!


Subito dopo la pace col principe, Raimondo e donna Isabella s’erano riconciliati con una gran parte degli antichi oppositori; la cugina Graziella, specialmente, s’era messa a difenderli con maggior calore dello stesso Pasqualino, dimostrando che la passione è «cieca,» che gli uomini «sono fatti di carne» e le donne pure, e che la colpa di tutto quel che succedeva andava attribuita tutta alla leggerezza, «per non dir altro,» della Palmi. Tuttavia, buona parte della nobiltà restava a fare il viso dell’arme a Raimondo ed all’amica; ma la cugina assicurava che a poco a poco tutti si sarebbero addomesticati, specialmente quando i tribunali avrebbero fatto giustizia, accordando i divorzii; e non contenta di dare assicurazioni, faceva propaganda, persuadeva i tentennanti, teneva fronte ai borbottoni.

Frattanto, ringraziato Ferdinando dell’ospitalità che gli aveva accordata, Raimondo s’era preso in affitto un quartiere nel palazzo Roccasciano e v’era andato a stare insieme con la futura moglie. Giacomo, il Priore, il duca avevano veramente consigliato loro di non farne nulla, di restar piuttosto alla Pietra dell’Ovo fino al giorno che avrebbero potuto maritarsi, e poi andar via, a Napoli, a Milano, a Torino, in mezzo a gente nuova. Ma donna Isabella, a cui le schifiltose avevano fatto troppi affronti, voleva prendere la rivincita ed assaporare il trionfo. Raimondo, impegnato a spuntarla contro tutti e tutto, faceva ancora, suo malgrado, ciò che ella voleva. Fermo proposito di lui era d’andar via al più