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374 I Vicerè

fusamente, sordamente, poichè non poteva convenire di esser stato tanto cieco, sentiva d’aver lavorato a ribadirsi al collo una nuova e più pesante ed infrangibile catena, quando invece la sua personale aspirazione, il suo unico ardente desiderio sarebbe stato quello di liberarsi del tutto. Scontento, irrequieto, nervoso, frenavasi dinanzi alla gente; ma in casa, coi familiari, trovava nelle circostanze più futili un motivo di sfogarsi, di gridare, di maltrattare qualcuno; Pasqualino riceveva sulle spalle il fitto della gragnuola; donna Isabella sentiva la tempesta minacciare anche lei, ma la stornava a furia di sommessione, secondando sempre e comunque l’umore del marito.

Adesso, l’incosciente rancore di cui Raimondo era animato contro di sè rovesciavasi sui parenti; egli sapeva che in modo diverso, per diverse ragioni, incoraggiandolo o contraddicendolo, avevano contribuito al suo danno e, non potendo accusare se stesso, se la prendeva con quelli. Sua moglie, per evitare che egli pensasse ad altro, gli parlava male di tutti gli Uzeda. E la materia era inesauribile. Chiara, per esempio, che aveva fatto la scrupolosa quand’essi non erano uniti legittimamente, adesso dava da parlare a tutta la città per le cose vergognose che tollerava in casa sua. Con l’utero fradicio dopo l’estirpazione della ciste, non poteva più essere toccata dal marito, e di che si lagnava quella pazza? Forse della condizione in cui era ridotta? Del male che la minacciava sordamente? Nossignore: il suo gran dolore era di non poter servire a Federico! E comprendendo che questi, il quale non aveva niente di fradicio, anzi era sanissimo come una lasca, non poteva far quaresima tutto l’anno, che aveva pensato? di scegliergli lei stessa certe fiorenti cameriere, una più bella dell’altra, e gliele metteva nel letto, e le trattava a zuccherini, quasi le serviva lei stessa invece di farsene servire!... «Son cose vergognose!... È pazza!...» esclamava donna Isabella, rammentando a Raimondo la storia del matrimonio di Chiara con quel marchese aborrito, la violenza che la