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376 I Vicerè

parse dopo la morte della madre, addebitandogliene la metà; e nei conti della procura aveva dimostrato d’esser rimasto creditore di parecchie migliaia d’onze, per gl’interessi accumulati degli anticipi: così s’era preso i due fondi di Burgio e Burgitello. Ma la magagna più grossa era stata operata nella divisione, perchè egli aveva messo secondo gli conveniva i prezzi alle terre, e tenuto per sè le migliori e le più vicine. In cambio di altre proprietà gli aveva ceduto rendite fradicie, di difficile ed incerta riscossione, e non contento di tutto questo gli aveva anche imposto di rinunziare all’uso del quartiere nel palazzo avito, a quella clausola del testamento materno che gli stava un bruscolo negli occhi... Passata pertanto la foga della lotta, Raimondo era animato da un sordo astio contro di lui; ma donna Isabella, parlandogli male del fratello, non rammentava già queste cose, comprendendo che l’argomento era a due tagli e si poteva ritorcere contro di lei. Invece criticava il carattere prepotente del cognato, la sua severità verso la moglie, il suo disamore per tutti, la sua doppiezza con gli zii. Curiosa per indole, vigile per interesse, ella veniva scoprendo, adesso, in casa di lui, qualche cosa di nuovo che le dava buono in mano. «Hai visto?... Hai visto?...» diceva al marito tutte le volte che tornavano a casa dopo essere stati al palazzo. «E faceva il moralista anche lui! Bisognava sentirlo, quando predicava!... E quella stupida di Margherita che non s’accorge di nulla!...»


La principessa, infatti, non pareva notasse che da un pezzo la vedova cugina veniva a consolarsi «in famiglia» tutte le sante mattine che il Signore mandava e tutte le sante sere. Il principe s’occupava di metterle in ordine l’eredità, e perciò, avendo bisogno di parlarle, l’andava spesso a trovare per suo conto; certe volte la riconduceva con sè a palazzo. La sera ella restava fino all’ultimo nella Sala Gialla, dove la solita società si riuniva. Nessuno degli Uzeda, pel momento, vi mancava: