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398 I Vicerè

sciupasse con la Sigaraia, avrebbe voluto proporgli di metterli al sicuro, di comperarne altrettanta rendita, se il monaco fosse stato un altro, se ogni semestre, avvicinandosi la scadenza delle cedole, don Blasco non l’avesse vessato, punzecchiato, tormentato, profetandogli il subisso di quel titolo. Il corso forzoso, la guerra, il colera, tutte le pubbliche calamità erano stati altrettanti argomenti di giubilo pel monaco, il quale si fregava ogni volta le mani, gridando al nipote: «Addio, la carta sporca! È fritto, il tuo governo! Tu non mi hai voluto ascoltare, ben ti sta!...» Ma il marchese incassava sempre la sua rendita il giorno stabilito, fino all’ultimo centesimo. Cessato del tutto il pericolo del colera, un giorno egli scese in città per qualche affare e per riscuotere il semestre; tornato al Belvedere e passeggiando, dopo pranzo, sulla terrazza, mentre Chiara giocava col bastardello, egli riferì allo zio l’impiego della sua giornata.

— Ho anche preso i quattrini delle cedole.... adesso le pagano anticipatamente, per l’affare dell’aggio.... A mandarle a Parigi si prenderebbero altrettanti pezzi di napoleoni.... Io ho ordinato un’altra partita di cartelle.... le divideremo con parecchi amici.... perchè oggi non c’è come impiegare il denaro....

Voleva insistere a dimostrar la bontà dell’affare, ma tacque, perchè don Blasco, fermatosi di botto, gli piantò gli occhi addosso, come sul punto di scoppiare.

— Potresti cedermene diecimila lire?

Il marchese, sulle prime, credè d’aver udito male.

— Cederne?... Come?... A Vostra Eccellenza?..."

— Dico se puoi vendermi diecimila lire di cartelle, capisci o non capisci?

— Ma credo.... certo.... Diecimila lire di capitale, s’intende?... Eccellenza sì; posso scrivere subito un’altra lettera, per maggior sicurezza, se Vostra Eccellenza le vuole....

— Quando scriverai?

— Domani stesso.