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406 I Vicerè

comperare altre diecimila lire di cartelle. E gridando contro il governo ladro teneva sotto il guanciale i suoi titoli.

Al principio dell’estate, benchè la Camera fosse ancora aperta, arrivò il duca. Ricominciarono le solite dimostrazioni degli amici e degli ammiratori; egli saliva in cattedra con maggior sicumera di prima e commentava l’opera del Parlamento. La soppressione delle società religiose era il gran fatto dei tempi moderni; egli ne enumerava e dimostrava gli immensi vantaggi. Prima d’ogni cosa, i latifondi tolti alla manomorta avrebbero raddoppiato e migliorato i loro prodotti «a vantaggio dell’agricoltura, industria e commercio, sorgente percipua di ricchezza sociale;» in secondo luogo tutti, anche coloro che non avevano capitali, potevano diventar proprietarii aggiudicandosi piccoli lotti da riscattare con lo stesso frutto della terra; finalmente il governo, con l’utile della vendita, avrebbe scemato le tasse «a sollievo della finanza pubblica e privata.» Era come un’altra «legge agraria,» egli citava i romani, Servio Tullio; e la gente che non capiva, batteva egualmente le mani, in attesa della cuccagna.

Egli frattanto si preparava a comperar qualche lotto — dicevano anzi che fosse venuto proprio per questo — e consigliava al principe, a Benedetto, al marchese di fare altrettanto. Quando don Blasco ne ebbe sentore, fece cose da pazzo:

— I beni della Chiesa, razza di miscredenti e di dannati? Volete dunque tenere il sacco ai ladri, ah? Non avete paura per l’altra vita? Che faccia una cosa simile quel farabutto, — ormai non chiamava altrimenti il fratello deputato, — non è meraviglia, dopo che ha votato la ladreria. Nel più c’è il meno, e neppure Domeneddio può cavarlo dal fuoco eterno! Ma voialtri? Guai a tutti! Fuoco dall’aria sui vostri capi! Arse l’anime!...

Donna Ferdinanda, da canto suo, era contrariissima, per scrupolo religioso; e minacciava anche lei le pene infernali ai compratori dei beni della Chiesa; la princi-