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I Vicerè 409

la paura del colera o il disagio della fuga improvvisa, appena arrivata alla villa si mise a letto. Un po’ per questo, un po’ per la tristezza generale prodotta dal sapere le stragi che faceva in città la pestilenza, non più ricevimenti, non più giuochi, non più veglie. Il giorno passeggiavano nel podere; Consalvo, Benedetto e qualche altro s’arrischiavano per le vie, ma all’ave il principe voleva che tutti fossero in casa e faceva sprangare tutte le porte e tutti i cancelli; don Blasco, alla villa del marchese, si teneva prudentemente nella propria camera, e non andava neppure a litigare con Giacomo, anche per evitare la compagnia di quel «farabutto» del duca. Ma improvvisamente un brutto giorno la costernazione crebbe fuor di misura: la pestilenza era scoppiata al Belvedere; la serva di certa gente venuta tre giorni prima dalla città agonizzava; s’udiva la campanella del Viatico per le vie deserte come quelle d’un paese morto.

— Bisogna scappare!... Scappiamo! Subito!... Alla Viagrande, alla Zaffarana....

Lucrezia coi Giulente partì subito per Mascalucia. Il duca, più morto che vivo, avrebbe voluto andarsene sul pizzo d’Etna, per mettersi bene al sicuro; ma prevalse pel momento il partito del marchese, che diceva d’andare alla Viagrande, dov’erano quasi sicuri di trovare una casa capace di tutta la parentela. Bisognava però che qualcuno passasse innanzi per cercarla; e il duca s’offerse d’accompagnare il principe, non parendogli vero di battersela immediatamente. Giacomo disse alla moglie:

— Vuoi venire anche tu?

La principessa, da alcuni giorni, aveva lo stomaco rovinato, non digeriva più, si trascinava penosamente dal letto alla poltrona; e giusto per questo tutti convennero che bisognava metterla in salvo prima degli altri. Marito e moglie partirono dunque subito con lo zio e Baldassarre; gli altri restarono a preparare i carri della roba, giacchè questa volta, non andando in casa propria, bisognava portare letti, biancheria, tutte le cose