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448 I Vicerè

siccome i fedeli alla causa della reazione predicevano la fine della baldoria e il ritorno allo stato antico e la restituzione del maltolto alla Chiesa, il monaco protestava:

— Come, il maltolto? Io ho pagato il Cavaliere e la casa con bei quattrini sonanti; ho affrancato il censo, avete capito?... Me li hanno regalati, o li ho rubati, perchè possano riprenderli?

— Non dovevate comprarli, sapendone la provenienza! E arriverà il giorno della resa dei conti, del Dies iræ: non dubitate!...

— Chi? Che? Chi ha da venire?... — gridava allora il monaco. — Verrà un cavolo!

— La mano di Dio arriva da per tutto!... Le vie della Provvidenza sono infinite!...

Le liti ricominciavano ogni dopo pranzo: quei borbonici e clericali ricevevano certi fogliacci dove la fine della rivoluzione era data come certa ed imminente: gli articoli letti ad alta voce, ascoltati come il Vangelo, applauditi ad ogni periodo, facevano andare in bestia il Cassinese. Un giorno che la brigata, dopo una di quelle letture, gli diede addosso con maggior vivacità del solito, don Blasco s’alzò, fece un gesto molto espressivo, gridò un: Andate a farvi!... e andò via per non metter più piede dallo speziale. Il pomeriggio, passando dinanzi alla bottega, affrettava il passo, guardando dritto dinanzi a sè, e se c’era gente seduta al limitare, traversava la strada, per passare dal marciapiedi opposto. Egli non metteva neppur piede a palazzo, dove quell’usuraia della sorella gracidava anche lei contro i compratori dei beni ecclesiastici come se fossero altrettanti ladri, e dove quell’altro pezzo di gesuita di Giacomo gli faceva la corte, adesso che lo sapeva ricco, ma non dava torto alla zia.

— Vorrebbe che lasciassi a lui il Cavaliere! — gridava in casa alla Sigaraia, a Garino e alle figliuole. — A prenderlo da me, di seconda mano, non avrebbe scrupoli! Ma gli vorrò lasciare trentasette mazzi di cavoli, a cotesto gesuita e ladro!