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I Vicerè 459

Come più il suo corpo si disfaceva, gli ultimi barlumi dell’offuscata ragione si spegnevano in lui: adesso mandava a comprare ogni giorno dozzine e dozzine di scatoline di spilloni e risme di carta e pacchi di matite. Quella roba avrebbe dovuto servirgli per tracciar piani di campagna, per infigger segnali di piazze forti, di accampamenti e di quartieri generali; ma egli dimenticava lo scopo degli acquisti e ne ordinava sempre nuovi e gridava e smaniava se non l’obbedivano. Con evangelica pazienza, con zelo indefesso, con ammirabile abnegazione, don Lodovico vegliava l’infermo, secondava le sue manie; e frattanto — Baldassarre n’era disperato — le male lingue andavano spargendo che egli era tornato in Sicilia non per amore del Babbeo, al quale non aveva mai pensato, ma per evitare di trovarsi a Roma in quei momenti critici, per poi prender consiglio dagli avvenimenti!...


Gli avvenimenti incalzavano. I soldati italiani avevano ricevuto l’ordine d’avanzarsi nello Stato romano. L’attesa delle notizie era febbrile; il duca, domiciliato alla Prefettura, apriva i telegrammi del prefetto e andava poi a diffonderli, quasi li avesse ricevuti direttamente da Lanza.

— È arrivata la fine del mondo! — gridava la zitellona da Ferdinando, presso al quale la famiglia adesso si riuniva, in una stanza lontana da quella del moribondo, che non voleva attorno nessuno. E il principe scrollava il capo, e la principessa Graziella si faceva il segno della croce, intanto che Monsignor don Lodovico mormorava, con gli occhi a terra:

— Bisogna perdonar loro, perchè non sanno quel si fanno...

Lucrezia pareva una vipera contro il marito, e nessuno parlava del duca, la cui condotta era una vergogna; ma donna Ferdinanda, incrollabile nella sua fede, si scagliava peggio che mai contro don Blasco, il quale andava anche lui predicando per le farmacie:

— Io l’ho sempre detto, Pio Nono, — non gli dava più del Santo Padre, — doveva pensarci a tempo e a