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I Vicerè 463


— Eccellenza, l’aspettano dal Cavaliere.... Sono tutti lì.... Portano il viatico al signorino Ferdinando....

Il monaco aveva una gran fretta di andare al Gabinetto per sapere che c’era di nuovo. Le ultime notizie dicevano che le truppe italiane erano dinanzi a Roma; e se la curiosità universale era vivamente eccitata, don Blasco smaniava addirittura. Nondimeno, a quell’annunzio di morte, stava per rispondere che sarebbe subito andato, quando arrivò a precipizio un altro messo da parte del duca.

— Sua Eccellenza l’aspetta subito a casa.... È affare urgentissimo....

— Vengo.

Il professore, declamando contro il tribunale del Sant’Uffizio, lo accompagnò fino alla nuova casa del duca, dove questi s’era domiciliato dal primo del mese. Giunto dinanzi al portone, il monaco gli disse di aspettarlo; e con le mani raccolte sulla schiena, egli si mise a passeggiare su e giù. Dopo due o tre minuti riapparve don Blasco, pallido in viso, correndo e agitando un pezzo di carta:

— È nostra!... È nostra!...

— Chi?... Che cosa?...

— Venite!... esclamava il Cassinese allungando il passo e ansimando forte. — Al Gabinetto!... Roma è nostra! La breccia è aperta!...

— Come?... Aspettate!... Fatemi vedere....

— Avanti!... Avanti!... Mio fratello ha ricevuto il dispaccio.... Le truppe sono entrate.... Andiamo al Gabinetto!...

Piovve lì, tra la gente seduta sul marciapiede al fresco, come una bomba:

— È nostra! È nostra! È nostra!... Roma è nostra!...

Tutti s’alzarono, circondandolo, parlando insieme, levando le braccia. Egli spiegava il pezzo di carta dove il duca aveva riadattato il telegramma arrivato al Prefetto per togliergli il carattere ufficiale, mutando l’indirizzo per far credere che fosse venuto a lui; e la gente