Pagina:I Vicerè.djvu/545

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I Vicerè 543


Egli adesso non studiava più, giudicando sufficiente la sua preparazione, accorgendosi del resto che nella scienza principale, quella di gettar polvere agli occhi, era già maestro. Sapeva che la grande popolarità della sua casata dipendeva dal fasto esteriore, dalle livree fiammanti, dalle carrozze rilucenti, dal guardaportone maestoso; e quantunque dicessero che i tempi erano mutati, tutte queste cose, i segni visibili della ricchezza e della potenza, non avevano potuto, non potevano perdere mai, per mutar di tempi, il loro valore. I provvedimenti di quella che egli già chiamava, essendo soltanto assessore, «la mia amministrazione», s’erano dunque aggirati su tutto ciò che dava all’occhio, che poteva essere subito apprezzato dalla folla. Per questo egli aveva messo il più grande impegno nel reggimentare, nel vestire di divisa i corpi municipali dei quali era capo e che passava poi in rivista, come un generale: i custodi, gli spazzini e gli accalappiacani. Uscito dalla casa paterna, una delle sue piccole sofferenze, sopportata del resto pazientemente, come tutte le altre, era stata quella di non aver più un drappello di camerieri, di sguatteri, di cocchieri e di famigli che s’inchinassero sul suo passaggio; adesso teneva sotto i suoi ordini un piccolo esercito.

Il suo tormento era tuttavia il contatto con la gente e le cose. Riceveva le persone con le mani in tasca per non aver da stringere le altrui, o le stringeva coi guanti che poi gettava via; firmava i fogli tenendo la penna con due dita intanto che un impiegato li tratteneva perchè non gli scorressero sotto, e quando lasciava il palazzo di città faceva chiudere il suo seggiolone in un ripostiglio perchè nessuno avesse da sedervisi sopra. Un giorno che non fu trovata la chiave, restò sei ore in piedi. E il suo terrore erano certi impiegati poco puliti, coi capelli lunghi, le unghie nere. Sbuffava, esclamava: «Non vi buttate addosso alla gente,» mentre gli parlavano di cose di servizio, o gli riferivano lo stato degli affari in corso; e, invece di rispondere alle loro do-