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I Vicerè 569

egli dichiarava a questi ultimi che la Sinistra non aveva ancora «un finanziere della forza del Sella» nè «oratori eleganti come Minghetti.» Ma a quelli che non nascondevano i disinganni prodotti dal regime costituzionale, non aveva nessuna difficoltà a dichiarare: «L’errore è stato di credere che potesse dare buoni frutti. Il gregge ha sempre avuto bisogno d’un pastore con relativi bastoni e cani di guardia.» Egli dava ragione perfino a quei pochi che rimpiangevano l’autonomia della Sicilia: «Diciamolo francamente tra noi: forse oggi staremmo meno peggio!» Non avrebbe fatto nessuna difficoltà a concedere alla zia Ferdinanda che il governo borbonico era il solo amabile; ma poichè la vecchia non poteva giovargli, lasciava ch’ella cantasse. Anzi, si giovava di quell’opposizione, non che della rottura col padre. Siccome sapeva che molti, udendo celebrare la sua fede democratica, ridevano d’incredulità, esclamando: «Lui, il principino di Mirabella, il futuro principe di Francalanza, il discendente dei Vicerè? Andiamo!...» egli affermava: «Per questa fede, per questi princìpii io sono venuto in urto con mio padre, ho rinunziato all’eredità di mia zia, sosterrei ogni maggiore avversità!...»

Nella Giunta, tra i conservatori aristocratici e i radicali progressisti di tanto in tanto s’accendeva una lite; allora egli esclamava: «Qui non bisogna far della politica!...» ma una volta che la contesa divenne più vivace, lo tirarono in ballo. Rizzoni, radicalissimo, esclamò:

— Ma domandatelo al principino, se l’avvenire non è nostro, se anch’egli non è democratico!...

— Mio nipote? — rispose Benedetto Giulente. — L’aristocrazia incarnata?...

Costretto a rispondere, egli sorrise, si lisciò i baffi, e disse:

— L’ideale della democrazia è aristocratico.

— Come? Sentiamo!... Questa è nuova!... Che diavolo... — esclamarono tutti.