Pagina:I Vicerè.djvu/607

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I Vicerè 605

dendo. Era dunque vero? Quell’Uzeda non somigliava a tutti gli altri? Quando gli altri litigavano, s’azzuffavano, passavano sopra a tutti gli scrupoli e a tutte le leggi pur di far quattrini, quello lì restava indifferente, sorrideva udendo che era diseredato?

— Ma tu non pensi a ciò che perdi!... Il palazzo lasciato a sua moglie per cacciartene via?... Non capisci questo?... Non te ne duole?...

Consalvo lasciò che lo zio dicesse; poi rispose:

— Vostra Eccellenza ha finito?... Sappia che la legittima, cioè un quarto della fortuna, mi basta, anzi mi soverchia. Quanto al palazzo... — egli tacque un poco, perchè questo veramente gli coceva: il principe aveva saputo portare il colpo, — quanto al palazzo, case non ne mancano, e coi quattrini se ne fanno di più belle della nostra... Adesso Vostra Eccellenza permetta: la commissione m’aspetta.

E la notizia si diffuse per la città. Ad una voce, in alto e in basso, il principe fu biasimato. Antipatia e odio contro il figliuolo, sia pure; ma fino a questo punto?... L’anima a Dio e la roba a chi spetta!... Egli non si rammentava dunque che anche la vecchia principessa sua madre lo aveva odiato, ma che, nondimeno, lo aveva trattato come il prediletto?... La cosa era solo possibile in quella casa di matti. Pazzo il padre e pazzo il figlio! Ma i fautori del principino esclamarono: «Vedete il suo disinteresse?... Per esser uomo di carattere, per non transigere, perde un patrimonio, e non glie ne importa niente!...»

Ma se tutti, universalmente, biasimavano il principe, tra la servitù, tra i familiari, tra i lavapiatti regnava una vera costernazione. La casa Francalanza finita! Le ricchezze alla femmina! Il palazzo alla moglie! Era venuta dunque la fine del mondo?... E una sola persona durava fatica a nascondere la propria gioia: la duchessa Radalì madre. La fortuna che si riuniva nelle mani del suo primogenito era dunque immensa! Il duchino non avrebbe potuto contare le proprie ricchezze! Se