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634 I Vicerè

vava certamente, ma quello col Lisi era stato forse un errore. La situazione di Vazza era invece fortissima, molti assicuravano che sarebbe riuscito il primo: raccoglieva adesioni dovunque e i clericali specialmente, senza sostenerne in pubblico la causa, lavoravano per lui, sott’acqua, ma con efficacia grandissima. Era stato un vero sbaglio rinunziare a quest’alleanza e preferir Lisi; per tentar di riparare, per giovarsi del lavorìo delle sacrestie, egli pensò di rivolgersi alla sorella.

Non la vedeva da un pezzo, ma sapeva che la sua vita severa, austera quasi, la rinunzia totale dopo i lutti alle occupazioni ed ai piaceri mondani, l’edificante pietà, l’avevano messa ancora più in grazia dei Monsignori. Andò dunque da lei. Sul punto d’entrare nel salotto di Teresa, udì una voce squillante che diceva:

— L’ho detto a tutti, non mi stancherò di ripeterlo! Cada Sansone con tutti i filistei!

Era la zia Lucrezia. Egli si fermò ad ascoltare.

— Vostra Eccellenza mi perdoni, — rispondeva dolcemente Teresa, — ma parlare così contro suo nipote....

— Mio nipote?... Che nipote?... — vociferava l’altra. — A lui dunque fu permesso trattare così mio marito? Pan per focaccia, dice il proverbio! Benedetto non risulterà, ma neppur lui: la vedremo! Piuttosto mi meraviglio di quella bestia di Monsignore....

— Zia!

— Di quel bestione di Monsignore, che non vuole appoggiare mio marito. Invece di fare il giuoco di Vazza, dovrebbe sostener Benedetto, che è stato sempre moderato e perciò più vicino ai clericali! E mi meraviglio più di te, che non vuoi spendere una parola per tuo zio!... Ma gli parlerò io! Ho lingua, e posso parlar da me! Se tutti abbandonano Benedetto, ci sono qua io! Io non l’abbandonerò! Ho lui solo al mondo!... Capisci che gli hanno procurato una malattia di fegato? Tirano a ucciderlo, cotesti assassini! Ma riderà bene chi riderà l’ultimo!