Pagina:I Vicerè.djvu/641

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

I Vicerè 639


— Da qualche mese appena.

— Tanto piacere... — fece il principe, alzandosi.

Il prete s’alzò e s’inchinò una seconda volta. Teresa gli chiese permesso e accompagnò il fratello.

— Dunque? — insistè Consalvo. — Che bisogna fare per aver l’appoggio della signora duchessa?

— Ma io non valgo a nulla!... — protestò Teresa, con un discreto sorriso.

— Bisogna giurare fedeltà a Carlo, al Gran Monarca?... Non c’è altro scampo?... Ma se ancora ha da venire?... Basta, arrivederci!... E quest’altro, dove l’hai pescato? Chi è?...

— Uno dei Padri più colti della Compagnia di Gesù!...


«Tempo perduto! Tempo perduto!...» Non c’era da cavar nulla da quegli Uzeda! I migliori, quelli che parevano i più saggi, a un tratto si rivelavano pazzi, come gli altri. Questa qui, adesso, si chiamava in casa i Gesuiti, credeva alle balorde profezie, ai pretesi miracoli, diventava cieco strumento in mano dei preti! Dov’era la fanciulla d’una volta, graziosa, gentile, poetica, pietosa ma non bigotta, credente ma non accecata? Anche al fisico, aveva perduta l’eleganza del portamento, ingrassava, era irriconoscibile. La pazzia soggiogava anche lei, prendeva la forma religiosa, diventava misticismo isterico! Tutti a un modo, tutti!... Egli solo si stimava savio, forte, prudente, immune dal vizio ereditario, padrone e giudice di sè stesso e degli altri... E apparso sulla Gazzetta ufficiale il decreto che chiudeva la sessione, egli si buttò a capo fitto nella lotta.

Giorno e notte la sua casa parve trasformata in una piazza, in un pubblico mercato, dove i delegati discesi dalle sezioni rurali e gli elettori cittadini andavano e venivano, discutendo, contrattando, gridando, col cappello in testa, con le mazze in mano. Più gente veniva, più