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I Vicerè 83


― E finalmente se perderai questo fondo, ne acquisterai in cambio un altro che varrà centomila volte più!...

― Eccellenza no; ― rispose Ferdinando; ― come questo non ce n’è altri in casa nostra....

― Le Ghiande? ― scoppiò allora il monaco. ― Una terra che si chiama le Ghiande? Buona veramente a buttarci una mandra di maiali? E che ci vengono, fuorchè le ghiande? Ora specialmente che hai finito di rovinarla con le tue speculazioni pazzesche?

Ferdinando, a sentirsi così buttar giù la terra e l’opera propria, ammutolì e arrossì come un pomodoro; poi, ricuperata la voce, dichiarò:

― Eccellenza, sa come dice il proverbio? Ne sa più un pazzo in casa propria che un savio nell’altrui!


Allora il monaco, eruttata una buona quantità di male parole contro quel malcreato, non rifece più la via del suo «porcile» e si ridusse a porre l’assedio intorno a Lucrezia. L’aveva serbata per l’ultima, giacchè se nutriva un’antipatia istintiva contro tutti i nipoti, era specialmente furioso contro questa qui.

Come Chiara e Ferdinando, Lucrezia non ricordava una carezza della madre; ma dove Chiara aveva avuto da principio agli occhi del monaco il merito relativo della resistenza opposta alla principessa nell’affare del matrimonio, e Ferdinando quello d’essere andato via di casa, la nipote più piccola non aveva altro che torti, uno più capitale dell’altro. Sotto la sferza di donna Teresa, trattata con particolare durezza per esser nata quando costei non aspettava più altri figli, considerata come un’intrusa venuta a rubare parte della roba già destinata ai due maschi, Lucrezia era cresciuta come «una marmotta», diceva il Benedettino: tarda, taciturna, selvatica come Ferdinando, e sempre così distratta che le sue risposte erano oggetto di risa per tutti fuorchè per lo zio Blasco che se la mangiava viva.