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I Vicerè 93

mentre Raimondo, restando scapolo, non avrebbe avuto nulla. Persuasa quindi della necessità di dar moglie anche al beniamino, ella esitò nondimeno molto tempo prima di attuare la sua risoluzione, e non già perchè sentisse scrupolo d’infrangere la tradizione, di creare nell’albero genealogico degli Uzeda un ramo storto che avrebbe fatto concorrenza al diritto; ma per la stessa passione ispiratale dal giovane: all’idea che un’altra donna gli sarebbe vissuta notte e giorno a fianco, una sorda gelosia la struggeva. Per questo, il giorno che finalmente si decise, non soffrì di dargli nessuna delle ragazze della città e neppure della provincia; ma cominciò invece a cercargli un partito a Messina, a Palermo, più lontano ancora, nel continente, con certi suoi criterii particolari, uno dei quali era che la sposa non dovesse aver madre. Cercò parecchi anni e nessuna la contentò. Alla fine, per mezzo d’un monaco Benedettino compagno di don Blasco, Padre Dilenna di Milazzo, fermò la sua scelta sulla figlia del barone Palmi, cugina del Cassinese. Tuttavia, parendo troppo a lei stessa che Raimondo prendesse moglie prima di Giacomo, il quale a venticinque anni era ancora scapolo, caso unico nella storia della famiglia, provvide ad ammogliare i due fratelli nello stesso tempo, e destinò al primogenito la figlia del marchese Grazzeri.

Le liti scoppiate in quell’occasione furono straordinarie. Se il rancore di Giacomo per il matrimonio del fratello divenne più cocente, vedendo egli prepararsi accanto alla propria un’altra progenie di Uzeda che gli avrebbe sottratto parte delle sue sostanze, non fu meno grande il rancore pel matrimonio suo proprio. Violento, avido e arido com’era, egli aveva amoreggiato colla cugina Graziella, figlia della sorella della madre, e s’era messo in testa di sposarla, quantunque la dote di lei fosse infinitamente più scarsa di quella della Grazzeri; ma la principessa, un poco appunto per questa considerazione della maggiore ricchezza, un poco perchè non era mai andata d’accordo con la sorella, anzi l’aveva