Pagina:I promessi sposi (1825) II.djvu/11

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

9

come il cadere d’un salterello accesso in una polveriera. “Ecco se c’è il pane!” gridarono ad una cento voci. “Sì, pei tiranni che nuotano nell’abbondanza, e vogliono far morir noi di fame,” dice uno; s’appressa al garzoncello, avventa in alto la mano al labbro della gerla, dà una strappata, e dice: “lascia vedere.” Il garzoncello arrossa, impallidisce, trema, vorrebbe dire: lasciatemi andare; ma la parola gli muore in bocca, allenta le braccia, e cerca di svilupparle in fretta dalle cigne. “Giù quella gerla,” si grida intanto. La pigliano a molte mani; è in terra; si getta in aria lo sciugatoio che la copre: una tepida fragranza si diffonde all’intorno. “Siamo cristiani anche noi: abbiamo da mangiar pane,” dice il primo; ne toglie uno, lo solleva mostrandolo alla brigata, lo addenta: mani alla gerla, pani per aria; in men che non si dice, fu sparecchiato. Coloro a cui non era toccato nulla, irritati alla vista del guadagno altrui, e animati dalla facilità dell’impresa, si mossero a torme, alla busca di altre gerle vaganti: quante incontrate, tante svaligiate. Nè occorreva pure di dar l’assalto ai portatori: que’ che si trovavano sgraziatamente per via, veduto che vento tirava, deponevano volontariamente il carico, e a gambe. Con tutto ciò, coloro che