Pagina:I promessi sposi (1825) II.djvu/186

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prova ad una esibizione in cui si trovi più buon volere che convenienza: “che cosa mi fa a me che uomo sia o non sia, un altro, quando quel pover uomo che non c’è più, era quegli che sapeva le nostre cose, e aveva fatti gli avviamenti per aiutarci?”

“Allora, bisogna aver pazienza.”

“Questo lo so,” rispose Agnese: “scusate dell’incomodo.”

“Niente, la mia donna: mi spiace per voi. E se, vi risolvete di domandar qualcheduno dei nostri padri, il convento è qui che non si muove. Ehi, mi lascerò poi veder presto, per la cerca dell’olio.”

“State sano,” disse Agnese; e si mosse alla volta del suo paesello, diserta, confusa, sconcertata, come il povero cieco che avesse smarrito il suo bastone.

Un po’ meglio informati che fra Galdino, noi possiamo ora dire come andò veramente la cosa. Attilio, appena giunto a Milano, si portò, come aveva promesso a don Rodrigo, a far visita al loro comune zio del consiglio-segreto. (Era una consulta composta allora di tredici personaggi di toga e di spada, da cui il governatore prendeva parere, e che, morendo un d’essi, o venendo mutato, assumeva temporariamente il governo. Il conte zio, togato e uno