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36 i promessi sposi

“Non le ho fatte tutte, come avrei dovuto, vi dico.”

“Perché non le ha fatte a tempo? perché dirmi che tutto era finito? perché aspettare...”

“Ecco! mi rimproverate la mia troppa bontà. Ho facilitato ogni cosa per servirvi più presto: ma.... ma ora mi son venute.... basta, so io.”

“E che vorrebbe ch’io facessi?”

“Che aveste pazienza per qualche giorno. Figliuol caro, qualche giorno non è poi l’eternità: abbiate pazienza.”

“Per quanto?”

— Siamo a buon porto, — pensò tra sé don Abbondio; e, con un fare più manieroso che mai, “via,” disse: “in quindici giorni cercherò,... procurerò...”

“Quindici giorni! oh questa sì ch’è nuova! S’è fatto tutto ciò che ha voluto lei; s’è fissato il giorno; il giorno arriva; e ora lei mi viene a dire che aspetti quindici giorni! Quindici...” riprese poi, con voce più alta e stizzosa, stendendo il braccio, e battendo il pugno nell’aria; e chi sa qual diavoleria avrebbe attaccata a quel numero, se don Abbondio non l’avesse interrotto, prendendogli l’altra mano, con un’amorevolezza timida e premurosa: “via, via, non v’alterate, per amor del cielo. Vedrò, cercherò se, in una settimana...”

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