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832 STORIA

attribuisce, per congettura, quel rifiuto a una cagione che pur troppo non è strana in quel complesso di cose. “Il furore,” dice, “era giunto al segno, che si credeva un’azione cattiva e disonorante il difender questa disgraziata vittima1.” Ma nell’estratto stampato, che il Verri non doveva aver visto, è registrata la cagion vera, forse non meno strana, e, da una parte, anche più trista. Lo stesso giorno, due di luglio, il notaio Mauri, chiamato a difendere il detto Mora, disse: io non posso accettare questo carico, perchè, prima sono Notaro criminale, a chi non conuiene accettar patrocinij, et poi anche perchè non sono nè Procuratore, nè Auocato; anderò bene a parlarli, per darli gusto (per fargli piacere), ma non accettarò il patrocinio. A un uomo condotto ormai appiè del supplizio (e di qual supplizio! e in qual maniera!), a un uomo privo d’aderenze, come di lumi, e che non poteva aver soccorso se non da loro, o per mezzo loro, davano per difensore uno che mancava delle qualità necessarie a un tal incarico, e n’aveva delle incompatibili! Con tanta leggerezza procedevano! mettiam pure che non c’entrasse malizia. E toccava a un subalterno a richiamarli all’osservanza delle regole più note, e più sacrosante!

Tornato, disse: sono stato dal Mora, il quale mi ha detto liberamente che non ha fallato, et che quello che ha detto, l’ha detto per i tormenti;


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  1. Oss. § IV.