Pagina:I ricordi del Capitano D'Arce.djvu/123

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Ciò ch'è in fondo al bicchiere 113

tri, ed avere tutte le sere la casa piena di gente sana e allegra che la facessero illudere d’esser sana e allegra lei pure. Aveva inchiodato Sansiro al pianoforte, e minacciava di fare un giro di valzer.

— No! con lei, no! giammai! — mi disse respingendomi con le braccia tese.

Sembrava proprio rivivere nel suo elemento, e parlava insino di “lasciarsi andare„ a bere “qualcosa di forte„ eccitandosi, colle guance già accese e il sorriso ebbro, lei che aspirava soltanto delle lunghe boccate d’etere “per tenersi su.„ Però, di tanto in tanto, alla sfuggita, guardavasi furtivamente negli specchi, e l’occhiata ansiosa, quasi smarrita, tradiva l’interno sbigottimento. Tutt’a un tratto, mentre mesceva il thè a dei giovanotti ch’erano giunti tardi, venne meno fra le braccia di Serravalle, tutta di un pezzo, come un cencio. Nondimeno, appena si riebbe alquanto, cercò di rassicurare amici ed amiche che le si affollavano intorno, volgendo la cosa in scherzo, bianca come il suo vestito, facendosi vento col fazzoletto, balbettando, col sorriso smorto:

— Ah!... la colpa è di Serravalle!... Non posso vedermelo accanto senza cadergli fra le braccia.... È