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14 il baretti

Lettera di provincia.

Caro Pilade,

Hanno ristampato i versi di Guido Gozzano, il libro, rivestito ahimè! a nuovo, torna per le vetrine; e proprio quest’inverno che nella sua Torino i giorni seguitano così miti e chiari come i suoi abitanti non si rammentano di averli visti mai durare. Clima da riviera. Si consolerebbe, tornasse ora a vita, di tanta luce per le vie, di tanto tepore per l’aria, l’amerebbe lo stesso questa sua città, lui che con tenerezzaa la cantò fra nebbie e nevicate, lei e le sue donne freddolose dai manicotti soffici di pelliccia!

Quante volte tra i fiori, in terre gaie,
sul mare, tra il cordame dei velieri,
sognavo le tue nevi, i tigli neri,
le diritte vie corrusche di rotaie,
l’arguta grazia delle tue crestaie,
o città favorevole ai piaceri!

Serba pur cara, tu che l’hai, la vecchia edizione dei Colloqui: quella con in copertina il disegno di Bistolfi, cosi fastidioso e falso di tono, ma che appunto non doveva sul serio dispiacere a Costano. Il quale, rammentiamoci che germogliò proprio nell’epoca di quel che gli capita di chiamare in un sonetto «il novissimo stile». C’è perfino una data cui rifarsi; quella che segna «il distacco, amaro senza fine» dalla Signorina Felicita, ed anzi, come si conviene, è un verso: «trenta settembre novecentosette».

La nuova ristampa mi duole sapere che non sono i soli editori ad averla curata. Nulla si opporrebbe, così fosse, all’istintivo risentimento nel vedere, innanzi tutto, il titolo stesso, discreto, di Colloqui, gonfiarsi di retorica sentimentale e commemorativa e diventare i primi e gli ultimi colloqui. Ma è il fratello Renato, ci avvertono gli editori in una notizia, ad aver scelto questa ventina di liriche del poeta cosi immaturamente scomparso, tra le più significative de La via del Rifugio da gran tempo esaurita. Le quali, oltre a due finora inedite in volume fanno più fitto in questa, edizione l’antico libretto. Vorrei dire che l’appesantiscono, e aggravano i nativi difetti; non fosse il pio gesto familiare che ricompone i resti mortali anche più oscuri a farmi, se non indulgente, più riguardoso almeno.

Ho riletto dunque questi Colloqui che il nostro bel Guido Gozzano, come Serra quasi a ritrarlo lo chiama nelle Lettere, tenne con guidogozzano, come a più riprese il poeta designa il suo confidente obbligato. Serra scriveva nel 1913 «...è rimasto nei Colloqui... oggi e assente... si riposa. E noi non sappiamo se tornerà, o se ci lascerà solo la sua immagine prima sempre ventenne». Tu, caro Pilade, se ancora sei suscettibile d’immalinconirti per il ricordo di quelle che furono le nostre predilezioni di adolescenti, rileggiti, ma soltanto, La Signorina Felicita, Paolo e Virginia, l’amica di Nonna Speranza. Credi a me che sono andato a rilegger tutto.

L’uomo, tengo presente ch’era ammalato. Più ancora che la sofferenza, lo urgeva, penso, la certezza della condanna. Sano di corpo è facile che si sarebbe sodisfatto della sua città «un po’ vecchiotta, provinciale, fresca — tuttavia di un bel garbo parigino». Questa del Parigi festaiolo e della eleganza delle sue donne, è come l’immagine di un Bengodi di paradisiache raffinatezze che ricorre con frequenza proprio tutta provinciale e borghese, e sfugge all’ironia del poeta — più: tradisce una tendenziosa compiacenza. Rammentati con quanta reciproca effusione di schietta esultanza durante il suo viaggio in India, in mezzo allo splendore esotico, si scontri con due sgualdrinelle francesi, canzonettiste di caffè concerto, che subito gli ridestano in cuore con nostalgia la memoria di Madame Angot. E' il primo raffronto che gli occorre dinanzi alla snellezza della Devadasis danzante è colla Rubinstein.

A questo malato, poco suggerisce il suo male. Vagheggia due rimedi — Amore e Morte ma solo blandamente perché lo dismemorino, lo affranchino del Tempo e dello Spazio. Risanato, è facile che su Arturo e Federico non avrebbe meditato più gran che. Non par tutto distendersi in questo verso «C’è in me la stoffa d’un borghese onesto»?

La morte gli fu infine benevola. E amore ? Vedi che mondo è quello delle donne di carne, viventi, da lui rammentate ed evocate. «Se lei sapesse come sono stanco, confessa un giorno alla Signorina Felicita, delle donne rifatte sui romanzi». Francesi, manco male. E altrove: «Mi piaci. Mi faresti più felice — d’un intellettuale gemebonda». Ma frivole, mondane o cerebrali popolano la sua vita quotidiana. Nemanco è un tono di sopportazione; era pur lui a ricercarle. Ci meraviglieremo della irreciprocita sortita!

O non amate che mi amaste, a Lui
invan offersi il cuor che non s’appaga.
Amor non mi piagò di quella piaga
che mi parve dolcissima in altrui.

Di contro a questa schiera la Signorina Felicita poteva solo parere all’avvocato la salvezza, la Felicità. «Lei sola, forse, il freddo sognatore, le dichiara, educherebbe al tenero prodigio». E davvero l’ha dipinta con amorevolezza. Con quella cura minuziosa e casalinga, quel gusto dei colori ripuliti e lustri e degli sfondi di campagna per le finestre (il suo bel Canavese!) che, intorno al viso di lei dal «tipo di beltà fiamminga», suscitano proprio come lo scenario di un interno piemontese dipinto da un Peter de Hooch.

Son sempre scenari, se badi, quelli tra i quali in un certo qual modo si salva — o meglio: ripara. E son perfetti: il salotto di Nonna Speranza, l’isola di Paolo e Virginia. Con un’ironia che non cessa d’esser patetica il poeta rinasce tra le quinte del suo sogno. Come in un balletto, tra la fastosa e variopinta vegetazione tropicale drizzata dalla sua fantasia di scenografo malizioso, rivive il suo dramma. Caro Pilade, se rileggendo la morte di Virginia e il dolore dì Paolo curvo su di lei in riva al mare, ti vien ancor fatto di credervi come si faceva da ragazzi, non posso darti torto.

C’è poi ancora Totò Merumeni, questo pervenu intellettuale, alla spaventosa chiaroveggenza del quale non ci riesce di credere, checché ne dica Gozzano. Ma poi seguita a narrarci:

La vita si ritolse tutte le sue promesse.
Egli sognò per anni l’Amore che non venne,
sognò pel suo martirio attrici e principesse
ed oggi ha per amante la cuoca diciottenne.
Quando la casa dorme, la giovinetta scalza
fresca come una prugna al gelo mattutino
giunge nella sua stanza, lo bacia in bocca.
(balza
su lui che la possiede beato e resupino...

E’ Gozzano che si confessa! E’ lecito pensarlo. Mi piace anzi di scoprirgli qui non solo denti più canini, ma un appetito di più terrestri frutta. Il loro sapore, Pilade, è fra tutti squisito. Di non avervi morso a suo tempo chi si consolerà mai!

Voglimi bene.

Oreste.



FOGLIETTI LETTERARI


Davanzati e la Toscana.

Talvolta, per bene intendere lo stile e la natura di uno scrittore, io son d’avviso che giovi conoscerne qualche poco il paese, anzi dirci non solo l’aspetto d’assieme ma la qualità dei luoghi dove visse e lavorò.

Cosi, vedendo e imparando a conoscere le campagne toscane può venir fatto di pensare che per essere tanto coltivate, conosciute e antiche e quasi sedi millenarie di civiltà e di popoli, venisse a mancare nel loro carattere quel tanto di ignoto, di abbandonato e di fantastico per cui da esse nascessero, tra gli infiniti scrittori classici che pure vi nacquero, poeti propriamente idillici. Quella stessa materia georgica che in Teocrito per naturale tendenza a volgere in canto l’oggetto della reale osservazione diviene idillio, e quasi perde ogni giusto controllo colla verità pratica, sotto la mano di Davanzati prende un tono di cauta esperienza e di dottrina, rallegrato e come alleviato da riposi di una moralità da lunario popolare, e da riflessioni e conclusioni di una sapienza da proverbio antico. Rileggiamo la «Toscana coltivazione delle viti e delli arbori» di Bernardo Davanzati. Questo è il naturalismo toscano. E' il colore della terra toscana, il grigio e il verde, resi dall’aria, dalla luce e dalla natura che cominciano a comparire discendendo dopo Pracchia, e ritrovi nei prati aspri e remoti del Mugello, e vedi intorno alle colline di Arezzo. Dino Campana vi avrebbe aggiunto il bianco dell’acqua dei torrenti d’Appennino. E son questi i due toni, grigio e verde, che, quasi sostanza geologica, negli affreschi in cui Paolo Uccello a S. Maria Novella ha figurato le scene favolose della vita di Noè, durano a resistere alle insidie del tempo. Volger la mente da questa pittura e immaginar i miti meravigliosi e l’accesa fantasia di Raffaello è come venire al confronto dello stile che Annibal Caro, un marchegiano adottava sulle cadenze dell’idillio. Anche Virgilio si ricordava di quelle musicali campagne che il Po lambendo rende ubertose di grano e di canapa verde, e inclinava alla dolcezza di quel canto, dove dice: « omnia fert actas animum quoque». Ed erano i paesaggi della pianura mantovana, evocati e dipinti dei colori della nostalgia. Davanzati a parer mio, e si veda il capitoletto sul tempo della potatura, esprime in pieno la sua discendenza dalla tradizione plastica, dal materialismo dell’arte toscana. Le stagioni mettono su questa terra un fermo lume quasi di perenne primavera che schiarisce e limita divinamente la natura e le cose, come vediamo talvolta nei mattini di marzo la trasparenza del cielo fare risplendere paesi e campagne. Gli uomini, ispirandosi a questa diffusa sovranità della materia creata, conducono per cosi dire una vita senza sogni, senza pentimenti o fughe, almeno vi giungono di rado, occupati come sono a tramandarsi, di generazione in generazione, la storia e quasi: il senso di quella terra che è parte di loro stessi. Così in Davanzati, un respiro di poesia che noi pure avveriamo non è da credere che aliti dalle parole scritte, nude disadorne e usuali, ma dall’oggetto di esse, dalle cose medesime che descrivono, cioè una poesia che nasce e che noi sorprendiamo come su un pezzo di natura, resa nella sua immediata realtà, senza intervento di opera umana nè di artificio letterario.


Pagina bianca.

L’arte è lunga, e la vita breve. Tante cose insegnan gli anni, e tra l’altre questa. Che lo stile d’uno scrittore può e deve, senza perdere nulla della propria dignità, mettere a poco a poco toni più discreti alle proprie riflessioni, e usar modi più affabili, se non altro in considerazione della pazienza del lettore.

Perchè certo importa non riempirgli le tasche di soverchia noia. S’impara allora, quando di tante idee e passioni umane si comincia a vedere il punto dove tramontano, che anche dello scrivere e della invenzione poetica si può fare, non dico una professione, ma un diletto più prudente e meno disperato. Si bada alla salute. Il mondo intero appare sotto un aspetto più calmo e più chiaro: s’aprono prospettive ignote, non è tutt’oro quello che luce: ed è vero che può accadere di svegliarsi un limpido mattino, senza vaghe e pigre illusioni sul destino della giornata. Se qualcosa dispiace, è il pensiero che questo risvegli coincidono di solito col decadere della giovinezza, e sono in certo modo il segno della prima maturità, sempre avara di affetti e circospetta nelle fiducie. Pensiero, che raramente si inganna. Ora e perciò che guardiamo, liberi da inutili tremori e superbe sostenutezze, tratti dell’antica natura, consci d’aver mancato fin qui di quella confidenza e sincerità che solo possono stabilire i termini di ogni onesta e seria relazione. Usavamo salutarci da lontano, e quasi di sfuggita. O compagna del nostro lavoro, come ci troverai cambiati ! La nostra è un’amicizia piena di cautele e di reticenze. Sapendo oramai di poter fare l’uno a meno dell’altra, ognuno sta sul proprio. Certi tempi non torneranno più.

Le nostre opere, nate come un sospiro dalla memoria, son di quelle che sempre si ricominciano, creature mortali. L’inclinazione che abbiamo mostrata allo scrivere, anzi questa brutta piega, la rispettiamo, con la stessa onesta e lieta cura che i nostri nonni artigiani e costruttori usavano verso i loro metalli e le loro pietre. Ingenui, da giurar che l’arte vuol rispetto!

Il nostro linguaggio vuol farsi robusto e studiato. Passando il tempo, e profittando noi di ogni paziente calcolo suggerito da un educazione borghese, maliziosa e casalinga, ci riuscì di fargli guadagnare una certa pastosità e morbidezza che unite a una disinvolta cortesia, formano le grazie di ogni creatura adulta. Quanto lo stile d’un libro derivi dai costumi, anche i più materiali ed esterni, di chi l’ha scritto, non saremo cosi incauti da dirlo. Certo però, qui era in questione una pazienza così insistita e abusata da suggerire di quei particolari e di quelle rifiniture che si adempiono con un sorriso sfatto e un gusto maledettamente ironico. Forse saranno anche le incalcolabili distanze di questa nostra pianura a render naturale un mode di calmo ragionamento, le strade lunghe, le grandi campagne. Sta il fatto che le cose, o prima o poi, arrotondano per — cosi dire i loro spigoli, si fanno cedevoli, lasciano il passo, e, come l’uomo rimettono sempre d’un poco il momento della propria comparsa. Nostro destino e diletto è quello di tornare infinitamente sul già fatto, cioè di raccostarci al cuore e alla memoria queste pagine scritte, e ancora guardarle da una lontananza vasta e patetica, quanto più ce le sentiamo distaccate e quasi anonime.


Pensieri di Baudelaire vicino a morte.

Io mi riferisco a quelle carte private di Baudelaire, fragili foglietti, che raccolti sotto il nome di «Mon coeur mis à nu» costituiscono la traccia più sconfortata, ma anche la più sensibile degli ultimi suoi quattro anni di vita terrena. Dopo la fredda invocazione di quel suo verso: « Ah! Ne jamais sortir du Nombre et des Etres!», si direbbe che sian qui tentate le vie per questa favolosa evasione morale. E son le vie più impensate, quelle che denunciano l’estrema sincerità, e la rinuncia dell’orgoglio umano. La religione cattolica, chiama questo sentimento carità. Avvicinandosi la fine, i suoi pensieri, se pure soggetto ad una consuetudine ironica e sofistica, sono rivolti alla persona di Dio. Ora, egli accetta questo nuovo ascoltatore, questo serio testimone della sua opera. Ne segue che l’opera stessa, quella compiuta, attinge a fini diversi dai perseguiti; e quella da compiere, domanda un tempo che non è mortale. Difatti non la compì.

Quello che è stato il suo metodo, sappiamo quanto raro, nel comporre la poesia delle «Fleurs du mal», minaccia di non poter esistere se non a costo di rimuovere intorno a sè abissi di incertezze, di dubbi. Pare che la soluzione poteva essere un’altra. Perfino la sua idea della fuga del tempo, che gli fu un caro tema poetico, mostra sviluppi e conforti imprevedibili, e fino allora imprevisti. Egli crede nel lavoro, domanda la sua buona salute e si rimette in Dio. Par di sentire Rimbaud, quando scrive risorgendo nella Saison en enfer: «La raison m’est née. La monde est bon. Je bénirai la vie. J’aimerai mes frères. Ce ne sont plus des promesse d’enfance». Anch’egli mette a nudo il suo cuore, e non teme, rivestendo di nostalgia «l’action, ce cher point du monde», di accompagnare le speranze di J. J. Rousseau!

I lunghi e dibattuti problemi d’arte e la morale del mondo, le gouffre de l’action, le ragioni prime del vivere e del creare si presentano alla mente di Baudelaire, e domandano d’esser chiarito. Egli vede con una grande verità. C'è nel suo occhio un velo di calma, come accade che sopra un gorgo d’acqua, improvvisamente chiuso, si stabilisce una superficie ferma e tranquilla, che mai s'è vista eguale, in quello specchio d’acqua. Le sue riflessioni somigliano per qualità a quelle di Pascal sulla naturale miseria dell’uomo, sull’incertezza delle cognizioni umane, sulla necessità di attenersi a certe opinioni del popolo, nate da una ispirazione cosmica e tradizionale. La nudezza delle parole, la rinuncia ad ogni bellezza letteraria, l’urgenza della confessione e la triste calma del giudicarsi, la schiettezza dello specchio, queste son le qualità veramente degne di Pascal; che da questi affluiscono a Baudelaire, nel suo sangue, per una particolare inclinazione della razza e della mente francese. Fra le norme d’igiene e di condotta nella vita quotidiana, tornano a volta a volta le preoccupate ricette medicinali, le pillole e i bagni freddi, misti ai pensieri metafisici. Oh lichene d’Islanda! Salute del corpo, sognata, vagheggiata, necessaria premessa del «genio successivo e progressivo». Basterebbe osservare lo stile di questa ricetta, pensare a questo sciroppo di lichene grammi 125, e zucchero grammi 250, per confrontarlo con le ricette estetiche dell’epoca eroica, con i suoi filtri orientali di preziosità stilistiche; e farsi un’idea della suprema verità di quest’ora. Forse, egli ha scoperto l’aspetto che non muta più. Perciò scrive queste ultime 91 paginette, che possono chiamarsi il suo testamento letterario, e sono un drammatico e deciso addio al mondo. Egli sente che il suo luogo è ormai fra la vecchia Marietta e Poe. Questo Baudelaire precocemente invecchiato, sofferente per la continua insonnia, pieno di malanni, rattristito dalla prospettiva della fine non molto lontana, diviene un personaggio supremamente tragico, ma di un tragico che chiamerei molieresco, cioè involontario, inaspettato e quotidiano. Non di una donna, ma della vita, par dire: «Vous l’avez voulu, George Dandin»! — Questi suoi pensieri sparsi e frantumati, fatti di riflessioni immortali e di angustie fisiche, come quando manca il fiato al corpo, sembrano le battute di uno dei classici monologhi detti da Molière per bocca di qualche suo disgraziato eroe. Se Baudelaire si sapesse paragonato all’uomo tipicamente gaulois. XVII-me siècle del signor Poquélin! Direi che c’è, nell’uno e nell’altro, un senso del deperimento del corpo, un respiro quasi della carne che si anima sfinitamente in vista della morte, una vitalità illusoria. Qui interviene quella natura che io chiamo derivata da Pascal. Del resto, non fu una sorta di giansenismo letterario, l’arte di Baudelaire? All’idea del sepolcro la lingua, in lui come in tutti, si fa loquace, parla insistente, sottile e spietata. Pare che per una trasmissione di materia in materia, acquisti un poco del freddo della terra, e il gelo del marmo. Marmo, che non è più quello su cui s’incidon versi perfetti. Sulla sua bocca si confondono i termini cattolici della preghiera con le parole grigie della giornata, i lampi quieti della verità e l’inquieta speranza di non esser pròssimo a perire. Se la vita potesse tornare, gli anni ripetersi!

L’arte sarebbe tutta da riscoprire. Gli intervalli tra pensiero e pensiero, questi naturali spazi bianchi, sono le pause che la voce fa, nell’ora delle conclusioni sempre troppo tarde o troppo affrettate. E’ una voce di calma giustizia, verso lè e verso il mondo.

Giuseppe Raimondi.


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