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16 il baretti


NOTE su HEYWOOD

Dei drammaturghi elisabettiani. Thomas Heywood fu certo il più fecondo, «Io ho messo la mano, o almeno un dito, in dugento e venti drammi» ci assicura nella prefazione di una sua commedia. Numero forse esagerato se si pensa che sono soltanto ventitré le commedie e i drammi di lui pervenuti sino a noi. Vero è che in quell’istessa prefazione, egli ci dice che molte delle sue commedie, passando per necessità di rappresentazione per le mani di vari attori andaron smarrite: del che, tuttavia, non sembra darsene troppo pensiero. Le sue commedie egli le scriveva unicamente perchè fossero recitate: era uomo tutto di teatro, che compiva allegramente la sua bisogna di produrre scene per la Compagnia di cui, come Shakespeare, era anche attore: nè pare avesse ambizioni maggiori. Era scrittore rapido, improvviso, faceto. Componeva molti de’ suoi drammi vagabondando di taverna in taverna, annotando la vita che gli ferveva attorno, senza troppe preoccupazioni d’arte, intento soltanto a far ridere e commuovere il suo pubblico. Eccelleva, soprattutto, nella rappresentazione della vita domestica del suo tempo dove metteva una specie di festosa e irruente cordialità, a volte degenerante nella farsa e nel grottesco. Il Lamb, che l’ebbe caro, lo chiama «uno Shakespeare in prosa»», «Egli non possiede l’imaginazione dello Shakespeare, ma in tutte quelle doti per cui Shakespeare meritò il titolo gentile, non gli era inferiore: generosità, cortesia, moderazione nel raffigurare il tumulto della passione, in una parola, dolcezza e gentilezza».

L’Heywood non aveva la maestà crudele e scultoria del Webster, nè la straripante sensualità del Ford, ma fantasia più ricca, maggior abilità nell’imbastire scene, intrecci, battute piene di trovate bizzarre. Il suo umorismo che serba ancora il sapore di quella gioconda cristianità delle Miracle’s Plays, è sereno e chiassoso, ma pronto a dar di volta d’improvviso in un’onda di sentimenti teneri e cavallereschi:Drollery and Passion potrebbe esser il motto di questo scrittore che incarnava così bene lo spirito di quell’Inghilterra dei Tudor, tra puritana e spassosa, in cui le violenze della rinascenza, la vita sfarzosa delle corti si mescolavano in un’atmosfera febbrile di dibattiti religiosi che portarono all’instaurazione del protestantesimo elisabettiano.

Naturalmente in tanta irrequietudine e sovrabbondanza di creazione non è a supporre che l’Heywood desse fuori opere perfette, il che fu un privilegio di natura riserbato solo allo Shakespeare. I suoi drammi, le sue commedie, nel loro complesso, sono organismi alquanto trasandati e farraginosi, e in nessuno propriamente è l’impronta del genjo. I suoi soggetti sono, la più parte, tolti dalla vita coridiana: le scene non hanno sviluppi elaborati, nè vi figurano caratteri vigorosamente scolpiti, situazioni sgorgate da una concezione filosofica dell’umanità o della natura. Ma dapertutto vi è profusa un’ammirevole ricchezza di intuizioni naturali, d’invenzioni sceniche: le battute d’un’humour sano e vivo o ricche di fresca tenerezza domestica, sono a mille ne’ suoi drammi. Se gli fa difetto la facoltà della penetrazione shakepeariana, possiede in compenso una sincerità cordiale e un pathos cavalleresco che si guadagnano subito le nostre simpatie.

Questa sua allegra versatilità fa sì che di tante sue opere, una sola possa dirsi propriamente vitale e, forse, ancor oggigiorno, rappresentabile A Woman Killed by Kindness. «Tutta la abilità nel ritrarre la vita intima inglese» ci dice un suo biografo «la sua facoltà di saper innalzare la prosa fino alla soglia delle poesia mediante l’intensità dell’emozione ch’egli sa comunicare, la sua semplice arte nel metter a nudo i nervi della passione, qui appaiono nella loro pienezza. Questa commedia domestica ci commuove come cosa vera. Le sue scene sono scene d’ogni giorno».

Frankford è la figura centrale del dramma. Nella sua dominata sofferenza, nella fiera dignità con cui sopporta il tradimento della moglie ch’egli teneramente amava, e che poi si trasforma in un vitale sentimento di giustizia e di punizione, questa figura ha qualcosa di virilmente cavalleresco di profondamente umano. Per il senso evangelico che guida le sue azioni, egli ci ricorda le figure di bontà e di biblica dolcezza delle antiche moralities. Anche il personaggio di Wendoll è felicemente scolpito, e noi assistiamo alla lotta che avviene nel suo animo fra il sentimento di gratitudine verso il suo benefattore e la passione sensuale per la giovine sposa, che «lo invade come un oceano, rovesciando le dighe ch’egli aveva eretto contro la sua furia». Meno felicemente disegnata ci sembra invece la figura della moglie adultera:troppo improvviso è il passaggio dall’affetto e la devozione per il marito all’amore per Wendoll; ed anche la sua morte, pur così resa con sensi bellissimi d’accoramento e d’agonia, ci sembra un po’ troppo subitanea.

Ma l’Heywood era un scrittore che voleva far svelto e non indugiava attorno a situazioni e caratteri che non gli venissero di primo balzo: quindi nello sviluppo dell’azione de’ suoi personaggi, procedeva a lampi d’intuizione, come lo sospingeva il cuore e la fantasia. Tutto il dramma è tuttavia pervaso da un alto senso di verità umana le scene sono piene di naturalezza e vigore; senz’avvedercene, per i sentieri semplici e verdeggianti di questa poesia dimessa e prosastica noi ci ritroviamo a prender viva parte ai casi di questo povero messer Frankford come fossero i casi di un nostro buon amico di casa.

Anch’egli, come buona parte dei drammaturgi inglesi del sedicesimo e diciasettesimo secolo attinse parecchi de’ suoi casi ai novellieri italiani del tempo. L’intreccio secondario del The Woman Killed by Kindness (quello di Sir Carlo Mountford che, a pagamento del debito di riconoscenza verso colui che lo ha liberato dal carcere, offre in dono la sorella) è tolto di netto dalla Novella Quarantanovesima della Parte Prima del Bandello, rimaneggiata, più succintamente dal Sennini. Quantunque sarebbe cosa interessante osservare come il drammaturgo se giovato dei casi esposti dal novelliere, come li abbia modificati, come abbia trasformato in moti rappresentativi la materia del racconto, pure non è qui luogo opportuno per dilungarsi in tali confronti. L’identità sussiste intera, e non lascia luogo a dubbi.

Quanto all’intreccio principale del Dramma, non c’è riuscito trovarne traccia alcuna nella novellistica italiana d’allora. Noi scorgiamo, però, in quel curioso sistema di castigo usato dal marito offeso verso la moglie adultera, come una vaga reminiscenza della Griselda boccaccesca e anche un po’ di quell’altra novella del Boccaccio in cui lo scolaro Rinieri fa languire la crudele Elena ignuda s’una terrazza al sole, per punirla d’avergli fatto passare una notte di gennaio nel suo cortile. Questi modi di vendetta, tra il sadico e il normalistico dovevano essere un po’ di moda nelle rappresentazioni e forse nei gusti del tempo. In ambedue i casi gli offesi nell’amore hanno adottato nel punire la donna la legge del taglione, castigandola con una spece di voluttuosa perfezione nel corpo e nell’anima.

•••

L’Heywood produsse vari tipi di drammi, storici domestici, romanzeschi. Dei ventitré che ci restano di lui, quattro sono storie drammatizzate su antiche rozze cronache inglesi, intramezzati da episodi comici e patetici. Vi sono poi commedie prive di quell’elemento romanzesco ch’egli soleva aggiungere alla vicenda del dramma domestico: Late Lancashire Witches e Wise Woman of Hogsdon. Il secondo s’imposta sulle gherminelle e sugli espedienti di una cartomante, il primo svolge delle scene di stregoneria. In Fortune by Land and Sea, The English Traveller, The fair Maid of Exchange spiega la sua predilezione per casi e interni casalinghi, specialmente della vita di campagna, e per le avventure di capitani inglesi sul mare. In queste pitture d’ambiente l’Heywood era signore. Tratteggia con freschezza, ingenuità, umorismo goldoniano: si potrebbe chiamarlo un Hogatch della commedia. Poche scene di taverna, nel Dramma elisabettiano (e il Dekker ne ha di vivacissime) sono meglio arieggiate di quelle che figurano nell’introduzione dell’Atto I di Fair Maid of the West. Dramma d’intenzioni idealiste è invece The Royal King and Loyal Subject che tratta di un contrasto fra un Re e un Nobile del suo regno: in Challenge for Beauty è la storia d’una superba regina portoghese che si stima la più bella donna del mondo, ma, in fine della commedia, è costretta a riconoscere d’esser stata vinta in bellezza da una lady inglese, come gli ufficiali di suo marito erano stati vinti in coraggio e cortesia da un gentiluomo inglese.

L’Heywood scrisse pure drammi mitologici e classici, come allora eran di voga dopo i primi adattamenti inglesi ch’erano stati fatti sulle commedie italiane foggiate sul modelli di Seneca, Plauto e Terenzio. Il migliore di questi drammi è il Rape of Lucrece, una sorta di tragedia burlesca una cronaca dialogata del ratto di Lucrezia moglie di Collatino e densissimo di fatti d’ogni sorta (la morte di Servio, il viaggio di Brutus a Delfo, il delitto di Torquinio etc.). I caratteri vi sono alquanto insignificanti. Il più originale è quello di Valerius, the merry lord among the Romains peers. Questo nobile romano non fa che cantare, si esprime a canzoni, canzoni di taverna, nenie funebri, canti d’amore e di strada, improvvisando quolibets e nomignoli su tutti e in ogni occasione: insomma una geniale parodia della romanità. Golden, Silver, Brass è un’altra commedia in cui l’Heywood ha drammatizzato antiche leggende seguendo massimamente Omero ed Ovidio.

Della vita dell’Heywood poco si sa. Era nato nel Lincolnshire e, pare, di buona famiglia. Cominciò a scrivere pel teatro nel 1596, e nel 1598 lo troviamo già assoldato come attore nella compagnia Haslowe. Sembra che vivesse fino a tarda età ma ignoriamo l’anno della sua morte. Le sue commedie erano frequentemente rappresentate al Red Bull' s Theatre, uno de’ più vecchi teatri di Londra, frequentato anche da James I e dalla sua corte.

Carlo Linati.


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EPILOGHI

Se oggi guardiamo allo stato delle cose e delle lettere in Italia, scorgiamo nel quasi infernale disordine un tale protendersi d’anime dannate, affaticate a gridare il testo ritradotto e rintracciato di qualche grande teoria, a urlare magari le sole sillabe di qualche grande nome, con la speranza angosciosa di essere, di esistere, di affermarsi in quelle, che si conclude volentieri potere essere questo per noi che ci sentiamo fuor del disordine, il secolo per eccellenza della placida ironia, delle scontentezze comuni, confessate e ritmate sino alla relativa felicità, delle buone raccolte possibili solamente a lasciarsi risdrucciolare indietro sulla strada degli avi, ora che bene o male la via della tradizione l’abbiamo rimbroccata.

La vita è, si, una cosa all'osso, ma siamo arrivati al gusto della cosa poverella e scarnita sino quasi al punto che l’opulenza finirebbe con l’esserci spiacevole.

Diamo un’occhiata a quella bolgia che ci fa così contenti del nostro cantuccio.

Quelli che si mantennero dignitosamente estranei al fenomeno futurista senza essere, per questo, meno nietzchiani, a modo loro, nè meno romantici, erano e sono ancor oggi dei crociani in contraddizione col crocianesimo, vale a dire che manca loro l’ordine e la chiarezza ammirabili del Croce, e, soprattutto, l’aver costruito l’edificio, che è del maestro e per l’esistenza del quale anche la critica di lui assume un valore e si illumina di un significato. Essi esercitano una critica di apparente origine filosofica che non poggia, però, sopra nessuno stabile sistema, e spesso succede loro di sbagliare una impressione, un brivido lirico, per un argomento critico e magari una scoperta archeologica o storica.

Quando ciò avviene, non c’è per essi problema più dilettoso che trovare, per quell’impressione, due o tre nomi che si prestino, appunto, alla fattura di un parallelo o di non importa quale altra costruzione critica capace di servire da formula mnemonica per il ritrovamento dell’impressione stessa.

E’ facile comprendere come tali uomini non arrivino a risolvere mai una sola delle loro possibilità: sono i romantici ai quali è negata ogni sensualità profonda, ogni sospetto di quel che possa intendersi con la parola maturazione, i genialoidi e i fantastici che si vantano di genialità e di fantasia gridando la croce addosso ai professori e ai pedanti che hanno l’unico torto di trattare i loro stessi argomenti, quelli sui quali essi piombano per pura combinazione, con più diritto di loro e con un metodo più rigoroso.

Un crocianesismo, come si vede, disgraziato assai!, ed è, purtroppo e senza purtroppo, il suo crocianesismo conosciuto.

Il fenomeno del quale abbiamo parlato abbraccia d’altronde un numero di persone e di casi così grande da non restarci molto spazio per altre definizioni. E non è meraviglia, in questo paese che sino a pochi anni or sono non ha avuto una scuoletta, un gruppo, un nucleo di persone che dessero a divedere una possibilità di comprensione adeguata dei fenomeni spirituali e letterari, che all’ombra di Croce, all’ombra dell’uomo più basato che abbia l’Italia, abbiano potuto vivere largamente tutti i rappresentanti della nostra mediocrità. Un’altra divisione potremmo farla nell’ambito delle influenze esercitate da Gabriele d’Annunzio.

Ma Gabriele d’Annunzio, appunto per la sua caratteristica di non ragionare e di non fornire spiegazioni spicciole delle sue attività, quasiché volesse vendicarsi in un modo sottile di quelli che gli furono e gli sono avversari di piccole ragioni, ci condurrebbe in un campo troppo delicato e sensibile. Basti dire ch’égli è potuto giungere, per dare un’apparenza di giustezza a quanto dicevano i suoi competitori, sino a fornir loro un materiale d’accusa insperatamente abbondante di pagine false, manierate, di letteratura decorativa e decorazionistica sempre però potendo dimostrare come in ognuna di quelle pagine ci fosse almeno una riga, un punto, un accento, abbastanza pieno di esperienza e di forza perchè non si potesse sperare di superarlo. (Si noti che adoperiamo questa ingenua parola in un tempo di superatori).

E’ certo infine che per discorrere delle influenze esercitate da Gabriele d'Annunzio non parleremmo di volgare dannunzianesimo; e ci toccherebbe quindi di tirare in ballo quei poveri diavoli già castigati, nati in un’epoca infelice, che nella vita sudarono dei sudori non spregevoli per essere classici, saporosi con semplicità e italiani, e che, per il dono di raggiungere una decente toscanità di lingua dovettero rassegnarsi a comparire, in sostanza come i Da Verona di svariate religioni e manie.

Con D’Annunzio entreremmo nel terreno di un giuoco crudele, quantunque legittimato ed anche ammirevole, e non ci sentiamo di parteciparvi, prima perchè gli uomini che oggi soffrono delle sue railleries tanto più feroci quanto più rimangono inespresse e piuttosto che da lui scaturiscono dalla realtà dei fatti, sono i maestri, conosciuti di viso e dei scapaccione — quelli che ci ricordano e forse ancora si fidano di noi — dei nostri primi balbettamenti; poi perchè l’influenza dannunziana così come noi la vediamo, non costituisce un fenomeno fondamentalmente diverso da quello crociano che ci siamo studiati di definire in breve.

La grandezza, magari effimera, dei modelli troppo vicini voluti raggiungere di colpo, ha provocato lo sfacelo delle nostre ultime generazioni la sete e l’aspirazione e una grandezza intesa alla Byron. Ma oggi, se Dio vuole, chi domanda rifugio al ritmo di una prosa manzoniana per le proprie esercitazioni, non inutili, e forse nemmeno sprovviste di un certo significato assoluto, chi si riaccorge della grandezza modesta, ma vera e miracolosamente offerta di un libro come il Bouvard et Pecuchet, raccoglie un tale patrimonio di placida ironia da soddisfarci nel motto:

«La vita è una cosa all’osso».

Raffaello Franchi.


I volti del nemico.

Ho visto anche stamane il mio nemico. Egli non sa che sono io, quello che tutte le mattine incontra quando esce di casa. Siamo venuti ad abitare la stessa casa; ma le nostre ore sono opposte. Quando lui esce, io rientro.

Appena saprà che sono io, mi guarderà con uno sguardo fiero, il suo busto si drizzerà, il suo passo si farà più franco e spedito e la sua mano stringerà più fortemente la borsa di pelle, che lo fa somigliare ad un avvocato.

Ma ancora non mi conosce e mi guarda come ogni altro uomo. Il suo sguardo erra cercando un altro sguardo compassionevole. Gli anni lo hanno curvato. Una pancetta sporge in fuori. I piedi camminano per loro conto, spalancati, come se volessero fuggire in opposte direzioni. Sul suo volto ogni passione e ogni delusione ha lasciato le sue tracce, e c’è una ruga per ogni vizio e una borsa per ogni dolore.

Quando saprà che sono io, si ricorderà che deve odiarmi, che io sono il suo avversario, che ognuno di noi ha scritto all’altro delle parole atroci, cercando le più pungenti e velenose nel proprio vocabolario. Allora la sua pelle si stenderà, il suo occhio parlerà fierezza, la sua pancetta si smagrirà e i piedi cercheranno la posizione del passo militare, ricordandosi di sostenere fieramente una persona.

•••

Ho visto raccogliersi nel vallone i prigionieri che abbiamo fatto. Fino a ieri non avevo veduto i nostri nemici. Oggi il primo manipolo è qui, fra le nostre mani.

Siamo stati dei mesi a indovinarci e a guardarci un po’ da lontano. Se uno di loro si dimenticava di stare nascosto, poteva accettare che non si tirasse; ma come per tacita intesa uno di noi poteva sollevarsi un pochino dalla trincea, senza esser colpito. Noi vedevamo al crepuscolo scendere un asino con due soldati, che portavano la mensa ufficiali; e lo stesso avveniva da parte nostra. Nessuno tirava alla mensa ufficiali. Ma se i muli erano due, ma se i soldati erano tre, allora il fuoco partiva dalle trincee, ed essi scomparivano nelle pieghe del terreno.

I nostri nemici, dicevamo, hanno scarpe buone; mica come le nostre! Essi non vivono nel fango, come noi. Hanno comode trincee, e quando fa freddo le riscaldano. Se no come farebbero a starci ? Come tollererebbero quello che noi tolleriamo ?

Oggi finalmente li ho davanti, vicini, eccoli qui, sfilano di qui. Il cadetto che li guida è ferito alla coscia, e tiene il fazzoletto insanguinato sopra la ferita, proprio come il nostro aiutante maggiore, che han portato via or ora. Le loro scarpe sono rotte, come le nostre, i loro vestiti coperti di fango, come i nostri, e sui loro volti c’è la stessa specie di letizia rassegnata di quel nostro ferito, che mi è passato accanto a balzelloni, come uomo che aveva ricevuto tanto da «chiamarsi fuori» per un pezzo. Il freddo, le insonnie e le ansie che tesero disperatamente quei volti, oggi li hanno abbandonati per un pezzo, ed essi sembrano tutti gravemente preoccupati di riposare.

•••

Ho riveduto dalla serratura della porta che dà nella vicina camera d’albergo l’uomo che mi ha portato via mia moglie. Scriveva una lettera e piangeva. Su quel volto di bel ragazzo, abituato ad essere felice ed a non trovare difficoltà nella vita, le lagrime facevano uno strano effetto, come una corona di perle sulla testa di un povero. Finalmente si animava e pareva umano quel volto, che avevo visto sempre vuoto d’ogni sentimento profondo e d’ogni tensione superiore.

Quante volte ho invidiato la sua felice rapidità di risposta, le sue spiritosaggini ora impertinenti ora leziose, la sua eleganza di ballerino, il modo sicuro e trionfale di entrare in un salotto, la sua memoria di tutti i nomi di tutti i titoli e di tutti gli onomastici che lo rendevono l’idolo delle signore di ogni età.

Ora piangeva più di quello che io piangessi, il giorno che mia moglie mi aveva lasciato, perchè io non potevo stare molto solo a piangere, per via dei ragazzi. E che cosa curiosa! Ora che egli piangeva scrivendo quella lettera e lo vedevo cosi di tre quarti, scosso ogni tanto da una crisi di singhiozzi, mi pareva che mi somigliasse un pochino, scorgevo nei suoi lineamenti qualche cosa che mi pareva di trovare in un mio vecchio ritratto di quando ero più giovane e ancora non avevo sofferto abbastanza per prendere il volto di uomo.

Giuseppe Prezzolini.


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A. RICCIARDI

Scritti teatrali

Prefazione di A. G. Bragaglia


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PIERO GOBETTI Direttore responsabile.
Soc. An. Tip. Ed. «L’ALPINA» - Cuneo