Pagina:Il Baretti - Anno II, nn. 6-7, Torino, 1924-1928.djvu/7

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il baretti 31


tiene, con scrupolo e decoro, la critica drammatica dei Débats e la politica estera del Figaro. Egli ha risolto il problema di esprimere sinceramente, senza crudezza soverchia, la propria opinione, mediante lo sviluppo dell’analisi del libro o dell’opera di teatro, analisi che viene a sostituire il giudizio, poiché la conclusione è in essa implicita. L’estrema intelligenza di Bidou è pari solo alla misura, al garbo con cui egli si muove nei temi più disparati: un fondo di ottima cultura, e uno stile secco e luminoso, spoglio e conciso, gli assicurano la palma della genialità.

Le riviste minori, stanno, per quanto concerne la critica, ancor peggio che la Revue de France o la Revue des Deux-Mondes (che vede Louis Gillet in compagnia con il molle Doumic e gli inesistenti Le Breton e Giraud; ma si rivaluta con le contribuzioni del Lanson e di altri fra i più seri universitari): i sommari del Mercure sono vuoti; al Correspondant c’è il Thérive, che è un romanziere attraente, ma un critico noioso e pedantesco; all’Opinion, il Boulenger, serio, ponderato, talora eccellente, a cui è mancata la vivacità e la forza d’imporsi in modo decisivo; alla Revue Hebdomadaire, con gli aridi e vuoti Barbey e Le Gris, hanno fatto la loro comparsa Georges Grappe e Ch.-G. Amiot, due nomi da ritenere (il primo non nuovo, ma non abbastanza splendente). Nei Marges, Montfort e Viollis non hanno il distacco necessario per giudicare: meglio assai Pierre Lièrre, pieno di possibilità, ma un po’ frivolo. Tra gli autori che fanno professione di critica, l’opaco De Régnier, il nervoso e ingiusto Mauriac (che ora sembra abbia smesso lasciando per sempre la sua polemica di cronista drammatico a Martial-Piéchaud) il generoso Edmond Jaloux, divulgatore di letterature straniere, e ricco di buona volontà, se non proprio di freddo acume. Se citassi Pawlowski, o Rivoire (continuo a tener unite la critica teatrale e la letteraria), proverei qualche rimorso: meglio, caso mai, ricordare un divertentissimo polemista, Henri Béraud crede della tradizione di Mirbeau; e, accanto al prode Antoine, Colette, che scrive di teatro come di politica: adorabilmente.

Ho tenuto indietro due nomi: Paul Souday, Lucien Dubech, cioè il Temps e l’Action française, gli antipodi. Si potrà dire tutto il male possibile di Souday, rimproverargli la sua costante difesa del pensiero libero (democratico-repubblicano) e i suoi partiti presi troppo netti, ma bisogna riconoscere ch’egli è oggi il solo a praticare il mestiere del feuilletoniste con la probità dei tempi andati. Scrittore pesante, prosatore sgraziato, è un buon professore di letteratura, informato, al corrente: difende la tradizione liberale con serietà, con lo stesso impegno che Dubech pone a sostenere la tradizione realista e reazionaria. C’è maggior finezza nel forcajolo che nel democratico, ma entrambi trovano chi in un certo senso li riassume e li supera: Jean De Pierrefeu. Il critico dei Débats è forse il solo oggi ad unire il senso della modernità con il rispetto della tradizione, e a possedere spigliatezza di stile e chiarezza di pensiero capaci di conciliargli il favore degli uomini di gusto. La sua personalità è ancora in corso di sviluppo, ma si può attenderlo a maggiori prove con fiducia.

Fra gli isolati, un posto speciale spetta all’abate Brémond, erudito e sagace, che però, quando ha voluto lasciare i classici per i contemporanei si è infatuato di Barrès oltre misura, dimostrando di esser meglio al suo posto nello studio del cattolicismo e del romanticismo. E uguale menzione devesi a Benjamin Crémieux, l’unico francese, credo, che abbia subito l’influenza delle teorie di Benedetto Croce. Egli nondimeno non ha perduto la naturali qualità didattiche e la curiosità istintiva della sua razza, e ciò ha servito a correggere e valso a controbilanciare la mania dello schematismo a oltranza comunicatogli dal filosofo napoletano.

Un rapido cronista come lo scrivente, se può saltare a piè pari il marchese De Flers, critico teatrale, deve soffermarsi sul più nuovo, forte e preparato critico drammatico contemporaneo, che dai Marges è passato alle Nouvelles Littéraires (approfittiamone per segnar qui il capriccioso Maurice Martin Du Gard, e l’intervistatore Frédéric Lefèvre, che prende troppo sul serio la sua missione): Claude Berton. Egli ha saputo rinnovare il feuilleton sostituendo all’esposizione del soggetto teatrale, ritratti di autori, pieni di vigoria e di bravura, sebbene disegnati ancora un po’ confusamente: le sue sei colonne hanno un contenuto, sono ricche di ricordi, di immagini, di aneddoti, di teorie: un’abbondanza tormentosa e tumultuosa notevolissima.

Abbiamo riservato per ultimi due sostanziosi dottrinali: Maurras e Massis. Abbastanza diffuse, le loro teorie non richiedono delucidazioni e commenti; inoltre, ciò che desta il nostro interesse è la personalità di Maurras e di Massis, e non il loro pensiero, che, su per giù, vale qualunque altro. Ostinato giornalista, il primo è — quando s’incaponisce a teorizzare — uno scrittore difficile e intricato: ha la dialettica affannosa e stravagante dei meridionali; la passione intorbida l’espressione, rende astratto il discorso. Talora, il partigiano maniaco cede il posto a un curioso e vigoroso ritrattista a un prosatore superbo che caratterizza un uomo, un metodo, una concezione con maestria pari alla forza scultorea: solo che, per scovar tali frammenti un lavoro lungo e paziente è indispensabile. Dotato di più continuo e pacato rilievo Henry Massis, dottrinario altrettanto implacabile dà agli avversari la soddisfazione di veder applicata integralmente la teoria predicata: vittime dell’autore di Jugements sono tutti coloro che, pur vivendo e operando sull’equivoco, hanno mirato a crearsi una maschera irreprensibile, e ci sono riusciti: un Barrès, un Claudel, e loro imitatori di buona famiglia, nelle mani di cotesti feroci inquisitori si afflosciano e si piegano in tutta la loro invereconda ipocrisia, scoprendo la falsità del bandito e preteso classicismo. Neo-romantici alla lor volta, Maurras e Massis, vanno a raggiungere Veuillot e Barbey d’Aurevilly.

Faguet ebbe un giorno ad osservare che, mentre gli autori contemporanei erano neo-romantici, i critici erano neo-classici, e la discordanza gli sembrò strana. Evidentemente, il buon Faguet era di corta vista: quelli ch’egli giudicava neoclassici non erano che dei romantici in maschera, e la riprova è facile: un critico neo-classico (o meglio rettamente tradizionalista) sarebbe oggi nella scia del Sainte-Beuve. E invece? — Guardateli, attacati alla sottana di Veuillot.

Arrigo Cajumi.

IL BERGSONISMO

La fortuna del bergsonismo è stata, ed è, diversa dalle forme consuete di vitalità e di diffusione delle dottrine filosofiche. Non gli è accaduto di trionfare clamorosamente e di dominare un’epoca, per cadere poi nell’oblio ad aspettare una lontana restaurazione; non di essere combattuto e deriso in sul nascere, e conquistare in seguito faticosamente la sua posizione culturale: ma accolto con largo interesse e moderato entusiasmo dai cultori della filosofia, si è appoggiato per lungo tempo sui plausi letterari e salottieri, mentre veniva compiendo una penetrazione di cui ora soltanto si possono apprezzare le conseguenze e i risultati. Come un perfetto signore, che si avanza tra gli invitati senza disturbarsi troppo, raccogliendo e ricambiando saluti e inchini: ma poi a un certo punto la conversazione prende un certo giro per cui tutti s’accorgono che il padrone è lui.

Tale similitudine non parrebbe attagliarsi troppo al carattere romantico e mistico della dottrina bergsoniana: ma culturalmente e storicamente essa ha proceduto con scarsa romanticità, rivestendo le sue movenze di equilibrio e di misura. Perciò soltanto oggi essa rende positivamente i suoi frutti, e appare consustanziata con una corrente generatrice di opere. Il che non si poteva certo affermare della «scuola» bergsoniana, quella che si formò subito intorno al maestro. Uomini intelligenti e fini come Le Roy, o appassionati come Gillouin e Grandjean, poterono sviluppare conseguenze particolari, impostare difese apologetiche, ma non pervennero ad attuare la vitalità del sistema. Anche quando, come nella critica religiosa di Le Roy e di Remanche, abbiamo per opera loro un certo ampliamento degli orizzonti bergsoniani, ciò avviene solo per la riconosciuta identità di taluni aspetti del bergsonismo con aspetti di talune correnti sincrone (pragmatismo, modernismo, Blondel) e per la conseguente e reciproca commistione di queste con quello. L’unica personalità originale della «scuola»; in cui il maestro abbia trovato un libero continuatore, è a mio divedere J. Segond: che si è da una parte appigliato al valore mistico della intuition e della durée réelle e in tal senso ne ha svolto tutto il significato, dall’altra ha rifatto, nel libro sull’Imagination, la gnoseologia bergsoniana accentuandone le affermazioni libertarie e saldandone accuratamente le incrinature. Ma le conclusioni degli studi di Segond, e anche degli ultimi, palesano una così vaga vaporosità e indeterminatezza che non si può mai precisare quale vantaggio sia da esse acquistato sul punto di partenza. Di tutti i bergsoniani della prima ora, fece del resto giustizia, a suo tempo, la caustica ironia del Benda.

Vantaggio positivo è stato invece, per il bergsonismo, questo: che nell’ultimo decennio si sono andati man mano sfaldando e disperdendo tutti gli indirizzi e i sistemi con cui si era imparentato in sul nascere e che aveva assorbiti nella sua potente costruzione: intuizionismo, neokantismo, pragmatismo, empirismo radicale, empirio criticismo, contingentismo, la reazione contro la scienza, hanno perduto cioè la loro fisionomia di posizioni sistematiche e sono diventati categorie di pensiero in quanto avevano in sè di positivo, sono caduti nel passato in quanto negavano o cristallizzavano. Svanitagli questa nebbia d’intorno, il bergsonismo è apparso nella sua intima verità, come il più vasto e profondo tentativo contemporaneo di interpretare la «qualità» del divenire: chè tale fu il suo problema originario e tale rimase la sua esigenza centrale. Un’esigenza che noi, rimasti fissi alla mira dell’opposto problema dell’unità, siamo in grado, o almeno dovremmo essere, di apprezzare come il necessario complemento del nostro idealismo.

E secondo questa esigenza Bergson è stato progressivamente inteso e assimilato nella cultura francese dell’ultimo decennio. Egli le offriva del resto non solo il nuovo punto di vista, ma la nuova sistemazione su cui riformare i vecchi schemi filosofici, psicologici, fisiologici sui quali essa ha sempre amato appoggiarsi dal giorno che uno stesso spirito razionalistico si manifestò in Corneille e in Descartes. Il romanzo, la critica e la stessa poesia francese hanno sempre avuto sete di idee, di dottrine e di scienza: e la storia del pensiero ha tagliato nel loro svolgimento delle sezioni non inferiori per importanza, anche se non sempre identiche, ai momenti di autonomo sviluppo. Così oggi possiamo distinguere le generazioni a seconda che hanno o non hanno sentito Bergson: la generazione di Bourget, per esempio, che continua a insistere sopra le «tesi» fisiopsichiche di cinquant’anni fa e ci ha rifritto recentemente la teoria del suicidio ereditario, e la generazione di Proust, che affonda in Matière et Mémoire le radici della sua psicologia. E poi Bergson, trascendendo lo stesso simbolismo, ha posto le basi della reazione novecentesca all’antico e angusto idolo cartesiano della raison, dell’ordre, della clarté: ha dato una visione della vita in cui lampeggia, come tra nubi arrossate dal sole, una nuova coscienza umana. Il suo stesso stile di scrittore, immaginoso e fervido, non mai dimentico della necessità di intuire originalmente prima di modellare i contorni dell’espressione, lo ha reso immediatamente signore di un vasto campo della letteratura francese contemporanea.

Ho nominato Marcel Proust: la cui psicologia basterebbe a farne un grande scrittore, ed è certo tra i suoi massimi pregi, Proust si è assimilato l’Essai sur les données immédiates de la conscience, Matiére et Mémoire, Le Rire, in succo e sangue, ne ha elaborato le esperienze spirituali, le ha sublimate in un suo piano di vita e d’arte dove il bergsonismo è una cosa sola con l’atteggiamento creativo del poeta. Le inflessioni della realtà fenomenica vi si dissolvono in una liquida, fluida corrente di soggettività, ora aurorale ora crepuscolare; e se il valore del bergsonismo sta nello sforzo di conservare la conseguita intuizione del puro divenire, niente di più bergsoniano che il ciclo immenso per cui si smuove À la recherche du temps perdu. C’è anzi un crescendo del bergsonismo stesso, nella vasta tela, che si accompagna con la progrediente sua depurazione. In Du côté de chez Swann abbiamo ancora la pragmatistica impostazione del souvenir, le estasi solitarie innanzi a un tono, a una sfumatura; le tormentose dissezioni di stati di coscienza per strapparne il cuore vibrante per trovarselo poi tra mano immobile e quasi morto: la ricerca dell’espressione qualitativa dell’indefinito e dell’inespresso imprime a quelle pagine una oscillazione continua di assopita tragedia dell’arte, quasi a creare un’adeguazione spesso sconcertante tra la nevropatia del protagonista e le nevrosi dello stile. La seconda parte (Un amour de M.r Swann) mostra però l’artista già intento alla percezione dei limiti e alle individuazioni: la sua visione si concentra in un punto, si irrora delle tonalità nitide e taglienti di un sentimento solo (la gelosia), intorno a cui lascia tremolare, iridescenti e cupe, tutte le altre. À l’ombre des jeunes filles en fleurs e Du côté des Guermantes pervengono per questa via a riconcentrare nel mondo attuale e positivo dell’esperienza le realtà mistiche cercate nell’atmosfera evanescente del sogno: e il mondo del souvenir si compenetra col modo dell’action, anzi sono, per reciproca identificazione, lo stesso mondo. (Mentre poi Sodome et Gomorrhe rovescia, ma vanamente, il problema, e tenta di ricostruire il sogno attraverso la lucidità della veglia, tenta di raffermare lo spirito attraverso la sensualità bruta e perversa). Chè se inoltre volessimo esemplificare, tutta l’opera dell’infedele discepolo di Anatole France ci offrirebbe una collana di singoli delicati commenti a temi bergsoniani: così il bozzetto sulla «tante Léonie» il ritratto «Bergotte», Noms de pays, etc.

Albert Thibaudet, d’altra parte, ci dà la coscienza critica di questo Bergsonisme diffuso: e ne ha curato in due bei volumi la manifestazione sistematica. «Ayant essayé de saisir le sens intérieur de cette philosophie, m’étant habitué à prolonger en elle et par elle l’élan vital de la philophie humaine, je me suis placé non au point de vue du bergsonisme, mais au point de vue de l’élan vital du bergsonisme en tant qu’il continue l’élan vital de la philosophie». E ha cercato di muoversi dialogando interiormente col suo Bergson, poiché sempre filosofare è dialogare. «Philosopher c’est s’approcher de ce dialogue perpetuel, écouter, reflechir, parler, noter, savoir qu’après nous il se continuera sur un régistre plus haut encore, mais qu’aucun des moments l’emporte en dignité sur ce tout unique qu’est sa courbe indivisible, et souple, et lente, — c’est-à-dire sur sa durée». Così degna epigrafe non trova forse altrettanto degno svolgimento: poiché il Thibaudet, abile interprete e sottile scopritore di rapporti storici, non è poi troppo à son aise quando vuol ricostruire «le monde qui dure», e quando non nasconde la sua buona volontà di «superare» il maestro proprio sul suo stesso terreno speculativo. Allora si rivela una certa incomprensione dei valori metafisici a cui Bergson ha sempre mirato, e una parallela propensione a restare sul terreno della quotidiana esperienza. Non a torto quindi i giovani bergsoniani «pamphlétaires» lo hanno attaccato con ferocia: non a torto quando si tenga presente questo difetto che i più seri tra di essi hanno saputo anche precisare in modo positivo. E’ accaduto al Thibaudet di incorrere nell’errore opposto a quello di cui possono tacciarsi molti critici nostrani: come questi hanno letto Matière et Mémoire e L’Evolution créatrice dimenticando rispettivamente che uscivano dalla stessa penna che aveva vergato il soggettivistico Essai e l’Introduzione alla Metafisica, così egli ha ripensato l’Essai e Matière et Mémoire senza ricordarsi, nei momenti difficili, che in fondo alla strada c’era una metafisica e questa metafisica ha reinvoluta nella psicologia da cui nacque. Ma non si può negare al Thibaudet che egli abbia trafuso nelle arterie nutrici della sua splendida attività di critico letterario la migliore essenza del bergsonismo.

I «giovani» testé citati si vanno facendo, intanto, assai numerosi: molto più numerosi che non siano stati in addietro. Essi documentano in larga misura la vitalità del pensiero di Bergson nelle nuove generazioni. Hanno un loro organo Philosophie, in cui tendono la mano al «surrealismo» da un lato, al neosimbolismo dall’altro. Alcuni di essi, come Jean Weber, si atteggiano a più bergsoniani di Bergson: e affermano che la forza della dottrina bergsoniana si trova tutta nell’Essai sur les données immédiates de la conscience, dopo il quale essa si sarebbe attenuata man mano per eccesso di «subtilité». Altri, più lucidamente, come Edgard Forti, chiariscono che bisognerebbe mantenersi in seno alla durée conquistata dall’intuizione, e operare così la sintesi di psicologia e metafisica a cui tende tutto il pensiero francese da Jules Lachelier in poi. Abbondano tra loro i poeti, molto affaticati a sondare nuove immagini nelle sfruttate profondità dello spirito: anticlassici, anti «Nouvelle Revue française». Disprezzano Thibaudet, ho detto, e un po’ anche Paul Valéry. Proust è un po’ il loro dio; includono, e con qualche diritto, nel loro movimento il povero Radiguet. Ma sarà il caso di riparlare di questo movimento giovanile, molto più diffuso e fervente che ancora pubblicamente non si dimostri, quando sarà meglio sbocciato: per ora è bene notare che Paul Morand e Max Jacob l’hanno in qualche modo tenuto a battesimo, che a Marcel Schwob esso si volge con entusiasmo, e che in generale tende a passare in testa alla stessa avanguardia. Tanto per avviso al canocchiale aristotelico dei cronisti letterari.

Una breve appendice su Paul Valéry: o meglio su «Eupalinos ou l’Architecte, précédé (o «suivi», a seconda delle edizioni) de «L’Ame et la dance». Oserei indicarvi un riflesso costante di onde bergsoniane, che vengono a far vibrare un vitreo diapason neoclassico. Si danza, filosoficamente parlando, molto e molto: il turbinio delle idee, dentro la levigata politezza del dialogo ellenicizzante, trascina di balza in balza dietro inafferrabili soluzioni con una mobilità che trova l’uguale soltanto nella irrequietudine mal repressa dell’espressione. Ma là dove è possibile individuare dei punti d’arresto si scoprono sottili legami con la filosofia della durée; dica il Valéry che l’anima vive nel ricordo e il corpo invece nell’azione, quella chiusa intellettualmente nel passato e nell’«agito», questo proteso nell’attimo fuggente del movimento, — o c’insegni per la divina bocca di Socrate e per le efebiche labbra di Fedro che l’ordine umano si oppone all’ordine della natura come lo spirito alla materia e l’élan vital alla sua inversione, sì che l’uno può esser per l’altro il disordine, e viceversa, — o insista sull’unione del corpo-strumento con l’opera prodotta: senza esitare apriamo Matière et Mémoire e L’Evolution créatrice, e troviamo i paragrafi corrispondenti e perfino i diagrammi. Il che non significa soltanto determinazione di fonti, ma scoperta non equivoca di un ingegnoso contrabbando.

Santino Caramella.

I Ragionamenti di Alano.

Alain è uno scrittore che non fa chiasso, e la sua fama non sarà mai clamorosa; nelle sue pagine trovi soprattutto la compagnia d’un uomo: psicologo e moralista senza precetti da offrire, scienziato senza teoremi da spacciare, poeta senza enfasi: uno spirito socraticamente curioso dello spettacolo del mondo di dentro e di fuori, che ogni giorno cerca di rendersi conto di ciò che egli vede o intravede, di ciò che l’uomo vuole, teme o spera. La forma assunta dalla maggior parte della sua produzione è caratteristica: sono i Propos d’Alain, i ragionamenti d’Alano: paginette staccate, che egli per parecchi anni di seguito dettò quotidianamente per un giornale di provincia: con riferimento talvolta ad argomenti di attualità, ma più spesso senza relazione immediata con un fatto d’interesse pubblico: passeggiate e soliloqui intorno ad un tema qualsiasi, dominati per lo più da una preoccupazione di chiarezza e d’ammaestramento morale, ma di moralità profonda, insita nelle cose, nel bisogno di veder chiaro nelle cose, tutt’altro che precettistica o moraleggiante come una predica. E’ difficile che ad un lettore italiano non si presenti spontaneo un confronto con le Opinioni di Missiroli, ed il confronto giova a metter in evidenza la diversissima indole dei due scrittori. Nulla, in Alain, che sembri procedere da quella gelida e immota lontananza dei sommi principii d’una sconsolata sapienza: Alain è un intellettualista ottimista: ostile alle religioni, crede nel progresso; radicale in politica, è stato dreyfusardo, anticlericale e combista, e persino ingenuamente interventista alla sua ora. La sua pacata ironia è piena di bonarietà e di calda simpatia per l’umanità, cui egli non guarda mai sogghignando al confronto delle miserie di essa con la sublime perfezione dell’idea.

«J’aime à voir les yeux humains, toujours tirés hors d’eux-mêmes par quelque spectacle. J’aime à voir l’animal humain tendant le cou, dès qu’on explique la moindre chose».

Un esempio: Alain considera la facilità con la quale i giurati assolvono i rei di delitti passionali (Propos, vol. II, pp. 133-4).

«Remarquons d’abord qu’entre personnes il n’y a ni échange ni contrat possible; la personne ne se vend point; il n’y a point de droit d’une personne sur une autre; le droit est toujours sur une chose; le droit à l’amour ou à l’amitié, cela fait rire; le droit au respect fera bientôt rire; la dépendance d’une personne à l’égard d’une autre devant toujours être libre, une personne comme telle ne peut rien revendiquer d’une personne comme telle. On n’oblige pas à l’estime par huissier. Ce principe, bien compris, fera sans doute les personnes inviolables; mais c’est ce même principe qui explique que l’on puisse tuer impunément. Les rapports entre personnes, justement parce qn’ils sont tous au-dessus du droit, sont encore du domaine de la force; justement pour cela. Comment n’être pas méprisé? Voilà sur quoi les juges sont muets, ne pouvant mesurer ni l’injure ni la réparation. De là cette justice libre et royale de chacun, et qu’on laisse passer... Tous les crimes passionels, pensez-y bien, sont pour se venger d’une offense... Chose digne de remarque, c’est quand le matériel, le pondérable, le mesurable n’est pas en cause, que les sanctions sont brutales; disons mieux, non pas brutales, mai sans aucune mesure, comme l’offense elle-même.

Les gendarms ni la prison ne me rendront l’amour d’une femme, ni l’estime d’un homme, ni l’amitié, ni cette valeur enfin que j’ai par le libre consentement d’autrui. Ah temps où la mort d’un homme se payait de quelques écus, l’offense voulait du sang. Un homme offensé par l’infidelité de sa femme, qu’y peut le juge? Et c’est peut-être parce qu’il n’y peut rien qu’on le trouve ensuite