Pagina:Il Buddha, Confucio e Lao-Tse.djvu/218

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

parte prima 147

materia stessa.1 Materia e Dharma esistono di per sè stessi; sono increati, e indipendenti dall’azione e dalla direzione; di qualsivoglia Essere superiore o divino.2 Appena per l’effetto di queste leggi della natura si va formando un mondo, un’altra potenza, che è chiamata Karma, prende a regolarlo e dirigerlo, tanto fisicamente quanto moralmente.3 Questa potenza che abbiamo nominato Karma, con parola che vuol dire propriamente azione, è la espressione delle leggi della natura, che si manifesta nella operazione creatrice; è ciò che regola l’evoluzione o il destino degli Esseri, che stabilisce qual forma deve rivestire l’individuo: se cioè deve egli nascer verme, insetto, pesce, uccello, belva, uomo, demonio, dêva, o brahmano. E se egli nasce uomo, è parimente Karma che destina se debba esser maschio o femmina, monarca o suddito, bello o brutto, ricco o povero.4 Ma nessuno, nemmeno il Buddha, può dirci in qual modo e per quali


  1. «Die Welt ging aus dem Gesetze hervor und das Gesetze «bestand durch sich selbst». (Bastian, Reisen in Siam, p. 346).
  2. Dharma, in Pali Dhamma, è parola difficile a definirsi, per quanto il suo significato sia chiaro. Essa significa Legge: la legge, per la quale tutte le cose vengono formate e sono, e che cosa sono, e a quali condizioni sottoposte; cioè a dire Legge nel più ampio senso della parola, tanto fisico, quanto morale. Il Burnouf (Int. a l’Hist. du Buddh. p. 41) dice «je traduis ordinairement ce terme par condition, d’autres foi par lois, mais aucune de ces traductions n’est pas parfaitement complète; il faut entendre pour «dharma» ce qui fait qu’une chose est ce qu’elle est, ce qui constitue sa nature propre, comme l’a bien montré Lassen, à l’occasion de la célèbre formule: «Ye dharma hetuprabhava». Fausböll interpreta questa parola: «Naturæ a mente principium ducunt». Il Weber deriva Dharma dalla radice dhar (tenere). — Max Müller, Dhammapada, p. lv, nota 1.
  3. Bigandet, p. 22, nota.
  4. Hardy, p. 391.