Pagina:Il Buddha, Confucio e Lao-Tse.djvu/356

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parte seconda 281

si sono scelte un mortale degno della loro confidenza, e hanno dettate le loro leggi, e manifestate le loro volontà. Una tal cosa non ha fatta il Thien dei Cinesi, e neppure lo Shang-ti; molto probabilmente, perchè nè il Thien nè lo Shang-ti sono Dei, o sono Dei molto diversi da tutti gli altri. «Se il Cielo, come voi dite, — così un discepolo interroga il filosofo Mencio — ha confidato a Shun la dignità imperiale, gli avrà parlato a chiare e distinte parole? — Oibò, che idea è la vostra! risponde il maestro; il Cielo non parla; esso fa conoscere la sua volontà per mezzo dei fatti e delle azioni degli uomini».1 Mencio vuol intendere, che il Thien non spende parole per dare ordini, come farebbe un sovrano ai suoi ministri; ma nondimeno parla, a suo modo, ed efficacemente. «Nell’andamento delle stagioni e dei tempi, tutto procede con mirabile armonia; e per questo, ogni Essere nasce, cresce, si svolge e si trasforma; come si può egli dire dunque che il Cielo non parli?».2

Veniamo al culto. Un breve passo dello Shu-king ce lo fa conoscere quasi per intero. Esso ci dice, che l’imperatore Shun sacrificava allo Shang-ti, ai Luh-tsung o ai «Sei venerabili», ai monti, ai fiumi e a tutti gli altri Genii.3 Non si sa bene, nemmeno dagli autori indigeni, chi fossero i «Sei venerabili»; ma è molto probabile che s’intendesse i mani di antichi sovrani o di antichi saggi; al culto dei quali venne, al tempo della dinastia dei Ceu, sostituito quello degli U-ti o dei «Cinque Imperatori». «Tale fu, dice il Legge, il culto so-


  1. Mèng-tse, v, i, v, 1.
  2. Lun-yü, xvii, 19, 3.
  3. Shu-king, ii, i, 6. — Conf. anche ii, i, 8; iii, i, 65, 67; iii, i, (ii), 14; iv, iii, 4; iv, iv, 1; iv, vii, (i), 14; v, i, (i), 10; v, iii, 3.