Pagina:Il Catilinario ed il Giugurtino.djvu/242

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frammenti 191

che qui sorìo nato due volte, ho in dispregio i miei Dii penati, la patria e la repubblica; qual mai tormento è bastante a me vivo, o qual supplizio quando mi sarò morto, vincendo la mia scelleratezza tutti i tormenti che si narrano dell’inferno? In fin dalla mia prima adolescenza e privato cittadino e ne’pubblici magistrati vissi dinanzi da’vostri occhi: chiunque della mia lingua, del mio consiglio e del mio avere si volle valere, si valse; nè io adoperai giammai l’ingegno, nè artificiosa facondia a,ree cose. Avidissimo del favor de’ privali cittadini, mi acquistai grandi nimistà per far prò alla repubblica; colla quale oppresso io pure, mentre dell’ajuto d’altrui bisognoso mi apparecchiava a patire maggiori sciagure, voi, o Romani, dandomi altissima dignità, mi rendeste la patria e gli lddii penati. In cambio de* quali benefizii se io dessi per ciascun di voi la vita, il che far non posso, appena mi parrebbe di mostrarmi abbastanza grato. Chè la vita e la morte sono da natura; ma il viver tra cittadini con decoro, illeso nelle sostanze e nella fama, questo si dà e ricevesi in dono. Voi, o Romani, avete fatto noi consoli in tempo che la repubblica dentro e di fuori è Iravaglialissima; conciossiachè i capitani della Spagna dimandano stipendio, soldati, armi, vettovaglie, e queslq pure richiede la condizion delle cose; chè per la diflalta de’confederali e per la fuga di Sertorio su per i monti non possono nè combattere nè fare utili provvedimenti.

In Asia ed in Cilicia si tengono eserciti per contrastare alle grandi forze di Mitridate; la Macedonia è piena di nemici, come pure

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