Pagina:Il Catilinario ed il Giugurtino.djvu/41

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xxxiv prefazione

vero può per ogni mezzano ingegno vedersi, solo che facciasi a paragonare i primi sei libri dell’Eneide coll’Odissea: ove si persuaderà che l’imitazione non solamente non avanza l’esemplare, ma che molto indietro gli rimane. In fatto, quale differenza non si manifesta tra la peregrinazione di Enea e quella di Ulisse? Il Trojano, fuggiasco dalla patria, sbrigatosi della moglie, va correndo i mari in cerca di fortuna, e giunto alla novella Cartagine, d’insperato favore è quivi da quella regina accolto; ma de’ costei doni, delle carezze e de’ godimenti alfin sazio, la tradisce, abbandonandola a disperata morte, per non so quali sogni che ad altri destini il chiamavano. Quanto ammaestramento di costumi e di sapienza trar possasi da cotal modo di procedere io nol dico, chè ognuno di per sè il vede, e più ancora se guarderassi al suo arrivo in Italia: ove a modo di assassino guasta le pacifiche nozze di Turno con Lavinia; la quale, ucciso quello, e impiccatasi per disperazione la costei madre, fa sua sposa, dicendo sempre essere così ne’ fati ordinato: e vi fonda il nuovo regno, cui da ultimo occupar doveva quell’Ottaviano, nella cui infinta natura studiò il poeta per formare il suo eroe. Il quale parrà mai, a chi voglia dirittamente giudicare, ch’entrar possa in paragone con Ulisse, esempio di vera sapienza, pieno d’ogni maniera di accorgimenti, e ammaestrato dalla sua Dea per cui la sapienza medesima era figurata? Questi sì andò lungamente peregrinando, come il traeva l’ira implacabile de’ Numi, ma non per ingannare altrui, ma per farsi esperto del mondo e de’ vizii umani e del valore, e benchè deliziasse presso la ninfa Calipso, sempre nondimeno sospirava la sua cara Itaca, la fida moglie, il diletto figliuolo: le quali cose per rivedere infiniti disagi sostenne, e pericoli incontrò: e da ultimo con singolare avvedutezza e virtù fece vendetta de’ Proci che le sostanze gli divoravano, e riposossi vecchio e stanco nel seno della sua famiglia. Chè se ora metter vogliamo gli ultimi libri dell’Eneide a fronte dell’Iliade, parrannoci un nano appetto a un gigante: ove si consideri Enea voler farla da Achille, ma quali sarebbero poi gli altri duci del campo greco? quale l’Ajace, il Diomede, l’Ulisse, l’Idomeneo? forsechè questi s’intenderanno rappresentati per il forte Gia, il forte Cloante, la cui valentia si rimane nell’epiteto che appone loro il poeta? perocché in quali fatti s’addimostrano essi degni d’agguagliarsi, almeno in parte, a’ Greci testè nominati? Ma Omero non era cortigiano, e Virgilio sì: Omero viveva in una età vicina all’eroica, e Virgilio nella corruzione ch’avea morta la repubblica: Omero col suo canto non voleva accattarsi il favore di alcun potente, e Virgilio sforzavasi di lusingare Augusto. Alla diversità dunque de’ tempi in che vissero sì l’uno e sì l’altro tribuir