Pagina:Il Marchese di Roccaverdina.djvu/220

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S’indispettiva di vederli dubitare davanti a quel fabbricato sorto da sottoterra per incanto e che tra non molto, sarebbe avvivato dall’attività delle macchine e colmato, negli spazi ora vuoti, dai coppi e dalle botti contenenti tesori!

E per rincorare gli spericolati, li conduceva là dentro, tra l’ingombro dei materiali, facendoli montare su le impalcature non disfatte, saltare qua e là a traverso sbarre di ferro, legname, arnesi da muratori; fermandoli a ogni quattro passi per ridare spiegazioni cento volte date, per eccitare le loro immaginazioni perchè vedessero le cose come apparivano agli occhi di lui, in pieno assetto, coi torchi sprementi le ulive infrante e colanti olio a rivoli; coi mosti che fermentavano nei tini e davano alla testa. Per poco egli non spillava limpidi vini dalle botti e non glieli porgeva nei bicchieri ad assaggiarli!

— Ma dunque, nepote mio?

Finalmente avea dovuto andare dalla zia, preparato ai rimproveri che ella gli avrebbe fatto.

— Cara zia!... Appena mi sarò sbarazzato di questi impicci. Faremo presto, in poche settimane.

— Tutto alla buona, modestamente, senza lusso, desidera Zòsima.

— Questo non deve dirlo lei. Il marchese di Roccaverdina non può sposare come un galantomuccio qualunque.

— Lo credo anch’io. Ma quella povera figliuola