Pagina:Il Marchese di Roccaverdina.djvu/344

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— Troppo forte, forse! — soggiunse maliziosamente il notaio.

— E poi, i vini si gustano a tavola.

— Dice benissimo il cavaliere!

Erano usciti d’imbarazzo così. E a tavola, con la scusa che i vini nuovi sono traditori, tutti avevano bevuto il vino vecchio; e il cavalier Pergola che voleva far prendere una sbornia a don Aquilante, l’aveva presa invece lui, leggerina, sì, come quella di don Fiorenzo Mariani che gli sedeva dirimpetto, ma chiassona e con la fissazione: — Don Aquilante, evocate gli Spiriti, o li invoco io! — mentre don Fiorenzo, levato in piedi col bicchiere in mano, per dimostrar che la sua testa era serena, ripeteva sfidando il cavaliere:

— Pietro ama la virtù! Qual'è il soggetto della proposizione?

Soltanto il notaio mangiava e beveva zitto zitto.

— Tipo Chianti — rifletteva — un po’ più forte!... Aceto addirittura!...

— Mi sono ingannato io, o pure?... — lo interrogava sottovoce il socio che gli sedeva accanto.

— Da condire l’insalata, volete dire?

— Questo è il Ràbbato bianco.

Il marchese andava attorno egli stesso per riempirne i bicchieri dei commensali, e giunto dietro al cavaliere, che continuava a gridare: — Don Aquilante, evocate gli Spiriti, o li èvoco io! — gli disse in tono severo: