Pagina:Il Marchese di Roccaverdina.djvu/365

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E, chiùsosi nello studio, sbatacchiando con impeto l’uscio, aveva continuato a gridare ancora: Bestie! Bestie! con quel vocione che in casa non si faceva udire così forte da un pezzo.

A cena, quella sera, mangiò poco e di mala voglia.

— Questa.... so che vi piace — disse la marchesa mettendogli nel piatto un’ala di pollo arrosto.

— Via, imboccatemi, come un bambino! — esclamò il marchese con tono sarcastico.

E allontanò il piatto, sdegnosamente.

Era pallido, con gli occhi torvi, che sembrava guardassero senza vedere, anche quando si fissavano intensamente su qualche punto, sur un oggetto, in viso a una persona, come faceva in quel momento. Allora la marchesa, turbata da quegli sguardi, ebbe l’impulso di dirgli:

— Voi non state bene, Antonio.... Che vi sentite?

— È vero — egli rispose docilmente — non sto bene.... Non mi fa star bene!... Non vuole che io stia più bene!....

— Chi? Chi non vuole?...

— Ah! Nessuno, nessuno!... Questo chiodo qui!

E fece atto di strappare stizzosamente con la mano il chiodo che si sentiva conficcato nella fronte.

— Mettetevi a letto; il riposo vi gioverà — soggiunse la marchesa.

— Andiamo, andiamo a letto.... Venite a letto anche voi.