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210 il mistero del poeta

magina di avere Dio sa cosa, ma in fin de’ conti non ha che me. Se questo matrimonio è un errore, bene — oramai l’ho accettato, l’ho accettato.

Ripetè fra sè: — L’ho accettato — e stette pensieroso, mostrando nella fronte, nelle mobili labbra mute, nella inquietudine di tutta la persona un contrasto interno. Finalmente rialzò il viso ed esclamò con energia per far tacere tante occulte voci contrarie:

— Insomma, l’ho accettato!

E subito si rifece pensoso, inquieto. Le occulte voci non tacevano ancora; le leggevo sulla fronte, nei movimenti muti delle sue labbra. Sarebbe stato lieto che il matrimonio sfumasse, era fieramente tentato di darvi mano egli stesso, ma il dolore di suo fratello gli metteva paura. Quest’ultima angoscia superava ogni altro argomento. Povero vecchio, egli dava di gran rabbuffi a suo fratello, si burlava del suo chiaro di luna, ma lo amava colla tenerezza d’una madre.

— Vede, per esempio — uscì improvvisamente a dirmi — Lei ricorda che ier l’altro, uscendo dalla stanza di mio fratello, esclamai «solite