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324 il mistero del poeta

in cui quell’ora sarebbe lontana nella mia memoria, vi diventerebbe visione d’un Fairyland goduto un momento, perduto per sempre. Violet mi guardò.

— A che cosa pensi? — diss’ella.

— A niente — risposi.

Ella si dolse e si rise di me ad un tempo; ma poi mi disse sottovoce:

— Ho visto che hai pensata una cosa triste. L’ho pensata anch’io.

— Quale? — risposi.

— Che io sono la tua Fairy, una povera fata così debole e stanca; ferita!

Soffriva, quel giorno, di spossatezza e io le avevo proposto di rinunciare la passeggiata, ma ella vi si oppose, e non insistetti perchè vidi che la mortificazione di non poter venire era forse un male peggiore. Questo pensiero ch’ell’avrebbe voluto essere sana e robusta per me, venne una volta sola sulle sue labbra; negli occhi lo aveva ogni volta ch’era sofferente.

Gli Steele vollero salire a Molkencur e noi li aspettammo non lontano, mi pare, dalla Kanzel dove la via gira cingendo il colle a mezza costa.