Pagina:Il Politecnico.djvu/5

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Percorso così il cerchio severo delle Arti Utili, non ci resterà che dare qualche breve corsa nel dominio delle Arti Belle. La Pittura, la Scultura, l’Architettura, la Musica, la Poesia stessa e le altre Arti dell’immaginazione scaturiscono da un bisogno che nel seno della civiltà diviene imperioso non men di quello della sussistenza: da un bisogno che distingue e nobilita l’umana natura. Ma se anche non aggiungessero eleganza e perfezione alle nostre facoltà, sarebbe sempre a notarsi che per le singolari condizioni di questo bel paese, le belle Arti vi sono fondamento alla fortuna di molte famiglie. Non è sola industria quella che suda intorno alla lana ed al ferro, ma anche quella che dando le apparenze della vita al marmo e al bronzo, o dando straordinario valore ai suoni d’una voce, ci acquista dalle altre nazioni un regolare tributo di ricchezza e d’ammirazione.

Forse il primato di queste Arti ci appartenne finora anche per indolenza d’altri popoli. Ma oramai, nella universale emulazione, siamo posti nella necessità di essere severi censori a noi stessi. La corona della poesia non può dirsi più nostra; quella della invenzione musicale è divisa; alle altre si aspira valorosamente da più nazioni; giacchè inesatta è l’opinione che col nome di positivo contrassegna questo secolo XIX, il quale estese l’impero delle Arti fino all’estremo settentrione, e primo seppe levarsi alla sublime capacità di riconoscere il bello di tutti i generi, di tutti i tempi, e di tutti i paesi.

Così dalle Arti che riguardano i corpi, ci faremo strada a quelle che riguardano le transazioni