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142 | LA PRIAPEA |
CXLIX.
Son tenuti i poeti, favolosi,
Per voler dir che in ciel anche si fotte;
E Giove per goder le buone potte
4Si mascherava in mille modi ascosi.
Ma s’io dicessi a questi scrupolosi,
Ch’anch’io son Giove, mi darian le botte,
E mi direbbon ch’io caccio carotte
8Con le bugie della metamorfosi.
Potta di san Martino, io n’ho gran sdegno,
Che son tenuto per un cianciatore
11Seppur in mano non gli metto il pegno.
Io di carne son fatto a tutte l’ore,
E per questi orti son fatto di legno,
14E di vetro son fatto per le suore.
CL.
O tu che passi, ed hai le marouelle, 1
Avrai fatica se le vuoi sanare,
Che volendone Ipocrate parlare,
4Non dice cose che sian buone o belle.
E già non seppe l’asinazzo ch’elle
Si soglion co’ miei ferri medicare,
Per non farle a migliaja duplicare,
8E fare a concorrenza con le stelle.
Il signor Cauos 2, ch’è quel grand’omazzo
Ch’è della sinagoga l’auditore
11Ti può ben dire s’io parlo da pazzo.
Perche provando ch’io gli fo favore,
Si sa l’obligo grande ch’ave al cazzo,
14Ed alla barba dell’Imperadore.